Cadere è una stanza profondissima. Appunti e Storie di un viaggio in Corriera

Per raggiungere il nostro obiettivo abbiamo tutti bisogno di tempo. Nel lungo viaggio che ci concediamo per realizzarlo, capita di attraversare quella dimensione di mezzo che è “la caduta”. Lunga, lenta o improvvisa e precipitosa: cadiamo spesso (sempre), sbagliamo (tanto) e falliamo (moltissimo), soprattutto in quel territorio sconfinato che chiamiamo “lavoro”. Ma che cosa significa “cadere”? È davvero “soltanto” un momento di “passaggio”, un accadimento vuoto di accadimenti, o è piuttosto un “evento” ricco di avventure significanti, un episodio “vivo”, un’esperienza di senso che porta con sé già il segno del “nuovo mondo” che ci aspetta? A rivelarmelo è «Alice nel Paese delle Meraviglie» di Carroll, con il quale mi difendo da una strana, inquietante, coppia di viaggiatori | Le Cronache immersive di AstrOccupati: il Reportage narrativo


Da un po’ di anni a questa parte, tutte le rivoluzioni, i capovolgimenti e i tradimenti in quello che nella mia vita si svela come “il vecchio” mondo, gli abbandoni e le nascite improvvise, gli inanellamenti col nuovo, avvengono in Aprile. I pochi lunghi mesi successivi servono solo ad accumulare ricordi ed energia, cerchi che un silenzio lungo e profondo ha il compito di trasformare in linee più pacifiche, orizzonti operosi e chiari.

Ora sono in viaggio, come sempre in Corriera; sono seduta, sono sola: penso e ricucio fatti, faccio resoconti, guardo e scrivo. E mentre l’autobus percorre lo stesso tratto di strada dove vedo sempre il mare, e va avanti, diritto, io, decisa, curvo in me. Penso ai miei ultimi quattro anni, a ciò che ho fatto, scritto, detto, ma soprattutto ripenso a chi ho letto, a chi ho ascoltato, alle persone che ho conosciuto, faccia a faccia e sul web. In fondo, mi dico, ho cercato qualcosa che mi divertisse. Con ostinazione, turbamenti continui, ma tanto entusiasmo; si potrebbe dire tanta “buona sete”. Per il lavoro, ho frugato dappertutto. Ho cercato qualcosa che, ancora una volta, divertisse le mie inclinazioni e i miei desideri, ma stavolta con un po’ più di lucidità – o almeno mi sono illusa di essere più lucida, di favorire meglio le richieste di quella che chiamiamo “Realtà”.

Sì, alla fine credo di essermi proprio divertita. Al di là delle difficoltà, delle figuracce, sono stati divertenti i miei non lo so e le capriole da pecora, i salti da ce la farò ma chi lo sa, le facce da spavento; mi hanno divertita i salti dei metodisti: i so tutto io, i guru, i 4 regole per tutto, i scopri come raggiungere il successo, i belati dei fanatici, le furberie dei grilli pubblicanti, le vanterie dei grilli pensanti; mi hanno divertita i lupi e i finti lupi, i lupetti, i boati e i finti fuochi d’artificio, le rincorse all’indietro per saltare più in là, ma poi niente, sono caduta, tante volte, come adesso.

E adesso tocca cercare qualcosa che allieti quella malinconia con cui mi apparto da sempre, tra un desiderio nuovo e una sconfitta, tra una liberazione e un orizzonte lontano, lontanissimo che, accidenti, non riesco mai a trasfigurare subito in una linea. Guardo il riflesso della mia faccia nel finestrino e intravedo un signore sulla sessantina con una maglia bianchissima; fissa il mio occhio sinistro socchiuso, quello dei resoconti – smorfia necessaria per dare un’occhiata seria ai patti presi e ai patti persi, ai minuti presi e a quelli persi. Si sfila gli occhiali e non resiste, fa una smorfia anche lui. Mi incuriosisce molto. E tra pochissimo scoprirò il perché.

Esame in Corriera: la colomba, l’innocenza, un padre, un figlio e la matematica

Mentre penso “ma sono solo ipotesi le mie? Ricostruire la memoria dei fatti è un’ipotesi o un “fatto”? Quanto è attendibile la mia confessione? È affidabile, o è solo un rapido guaire che si perde nel vento? E se pure dovesse disperdersi come l’acqua venuta su da uno scavo profondissimo, mi serve? È davvero utile per il mio futuro? per il mio Presente? O è una punizione da preti la mia?” , mi giro a guardare, senza il filtro del vetro, il signore del vetro. Lui, il signore sulla sessantina con la maglia bianchissima, rinforza con la mano la posizione e il ruolo brutale degli occhiali sulla sua maschera da soldato, e avvia, senza preavviso, una serie infinita e precipitosissima di domande di matematica al suo giovane vicino. Da una frase capto che il giovane è suo figlio, ma poi chi lo sa.

Il ragazzo, occhiali anche lui ma instabili – in continua scivolata lungo la piccola corsia del piccolo naso – è bravissimo, risponde a quasi tutte le domande con lo stesso, inalterato, filo di voce basso e docile. Le risposte che non sa, anticipate da un lungo tentennamento, da un lungo, terribile e atterrito sguardo laterale che rivolge al (lo chiameremo così) padre-prof, riesce ad acchiapparle col ragionamento, con tanta, tanta fatica, ma alla fine ce la fa. Ciò che lo rallenta, mi pare, è l’atteggiamento rigido e incredibilmente autoritario del padre, che non sa attendere, non con pazienza, e sfila, quando deve, la sua cultura matematica col megafono da autentico stronzo. Il ragazzo è molto timido, parla a voce bassa, si gira spesso, imbarazzato, per verificare che io non ascolti l’interrogazione, e soprattutto il tono borioso, saccente, irrispettoso, acidulo e senza pietà del padre-prof. Avrei voluto abbracciarlo questo ragazzino così disperatamente solo, ad ogni suo silenzio, ad ogni insulto ricevuto, ad ogni “ma quante volte te lo devo spiegare?”, ad ogni sprezzante “hai capito adesso? O te lo devo ripetere un’altra volta? Eh? Ma è incredibile, ma com’è possibile?! Non è possibileee!!”. Avrei voluto dirgli che non è tutto qui: “Ragazzo, non è tutto qui. Non ci sono solo frazioni, numeri primi, e umiliazioni al quadrato, e persecuzioni sugli integrali. Te lo giuro: non è tutto qui“. Avrei voluto dirgli “andrà tutto bene comunque”, ” ce la farai”, avrei voluto dirgli “sei spaziale, sei coraggioso” (io sarei scappata approfittando di una fermata in stazione di servizio, perché il ruolo del genitore e il rispetto per lui come Persona decade e va sfidato quando sfida e fa cadere la nostra “Persona”, il nostro sguardo, il nostro –NOSTRO – modo di imparare, apprendere, sperimentare il mondo, mettere in circolo le nostre idee e i nostri sogni. L’essere figli deve dialogare col nostro essere “Persona indipendente ed autonoma”, non imprigionarla, altrimenti è dipendenza, e avvelena). Avrei voluto dirgli di non perdere quello sguardo di innocenza con cui fronteggiava l’astio del soldato con la maglietta da colomba di plastica, ma di rivolgerlo altrove. Avrei voluto augurargli il precipitare di tutte le colombe: solo per te. Pochi ragazzi mi hanno commosso così profondamente. È straziante, soprattutto lo sguardo che rivolge al padre ogni volta che gli serve, ben cotta, la risposta giusta, e ogni volta, come avrete intuito anche voi, che non riceve altro che una nuova, incurante e minacciosa domanda.

Sono come lui, questo penso. Come lui quando mi vedo cadere; io sono la colomba bianca, sono il soldato, sono la voce senza pietà, sono quella maschera da lupo. Io mordo il ragazzo che c’è in me. E sono come questo ragazzo; quando cado ho lo stesso sguardo obliquo e terrorizzato, lo stesso pianto ingoiato e inquieto di chi viene giudicato, mortificato, schiacciato, insultato, infangato. Non è tutto qui: ora lo ripeto a me. Vale, non è tutto qui. 

Cadere è una stanza lunghissima e profondissima: l’avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie

Il dittatore continua la sua potente e raccapricciante marcia per il bene dell’Uno contro la molteplicità del figlio traumatizzandolo a vita – e chissà poi per quale gloria, certamente solo sua – e mentre il figlio colleziona muti ma urlanti crolli, introverse ma scatenate delusioni, penso alle mie cadute d’Aprile, alla paura di sbagliare; penso all’innocenza, a quella che tutti perdiamo andando avanti, vivendo sotto la tortura di certe colombe bianche che ci perseguitano come questo padre, dentro e fuori di noi, a lavoro e nella vita, e che si presentano con la veste di compagno/a, padre/madre, datore di lavoro, collega, amico, parente, fratello/sorella.

Non è giusto. E allora, per controbilanciare questa incredibile e assurda scena cui ho assistito, sfilo Alice nel Paese delle Meraviglie dallo zaino. Ho da poco terminato un lavoro su questo testo, e non ho perso il vizio di portarlo con me ovunque vada. Senza dubbioCarroll è il mio atto di ribellione contro i fulmini di questo chirurgo dal bisturi facile, la mia lotta contro il Padre. Potrei bagnarlo con due o tre preziose rivelazioni che Carroll fa sulla scuola, sul contare, sulla matematica o sul tempo, potrei smontare i suoi occhiali con qualche battuta scatenata dalla vocina di qualche strano animale per la curiosità di Alice. E invece non mi va.

Ho solo voglia di fare pace con me stessa, con i “Se solo potessi essere ciò che tu vorresti” che prima o poi diciamo tutti, a qualcuno o a noi stessi, come questo ragazzo qui, che tira gli occhiali sul naso in continuazione ma niente, loro vogliono proprio cadere giù. Di Alice nel Paese delle Meraviglie desidero rileggere un pezzo che mi illumina spesso sulle cadute e sui luminosi precipizi che periodicamente ci aspettano – se vogliamo andare avanti. Devo averlo letto tante volte, ma adesso, qui, oggi, mi parla in maniera nuova. Ve lo riporto, eccolo:

“Un istante dopo Alice si infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe fatto poi ad uscire da quel posto.

Per un pezzo la tana era diritta come una galleria, poi sprofondava all’improvviso, ma così all’improvviso, che Alice non fece neppure in tempo a pensare che era meglio fermarsi, perché si trovò subito a sprofondare lungo quella specie di pozzo veramente profondo.

O il pozzo era molto profondo oppure Alice cadeva lentamente: il fatto certo è che essa, prima d’arrivare in fondo, ebbe tutto il tempo di guardarsi intorno e di chiedersi che cosa le stesse capitando. In un primo tempo cercò di guardare in basso per vedere dove stesse andando a finire. Ma c’era troppo buio e non si vedeva niente. Allora guardò le pareti del pozzo e si accorse che erano piene di credenze e di scaffali. Da ogni parte si vedevano carte geografiche e quadri appesi ai chiodi. Alice prese a volo un barattolo da una credenza: sull’etichetta c’era scritto «MARMELLATA D’ARANCE». Però fu molto delusa quando s’accorse che il barattolo era vuoto. Non voleva buttarlo via, perché aveva paura che, cadendo, potesse ammazzare qualcuno. Allora lo posò sopra un’altra credenza, mentre le passava davanti.

«Bene!» pensava intanto Alice. «Dopo una caduta come questa, un capitombolo lungo le scale mi sembrerà uno scherzo! A casa troveranno che sono proprio coraggiosa! Anzi sono sicura che non avrei paura nemmeno se dovessi cadere dal tetto di casa!» (Questo, molto probabilmente, era vero. )

E cadeva, cadeva, cadeva. Ma non finiva mai di sprofondare? «Chissà quanti chilometri di caduta ho fatto finora» disse ad alta voce. «Ormai debbo essere vicina al centro della terra. Vediamo: sarebbero più di seimila chilometri di profondità, mi sembra…» (Alice aveva imparato parecchie cose come queste a scuola, ed anche se non era certamente la migliore occasione per fare sfoggio della sua erudizione, dato che non c’era nessuno ad ascoltarla, era però un buon esercizio ripetere quelle cose). «Sì, deve essere proprio la distanza giusta però vorrei sapere il grado di latitudine e longitudine che ho raggiunto.» (Alice non aveva la più piccola idea di che cosa fosse la Latitudine e la Longitudine: però le piaceva dire queste due parole.) Poi cominciò a  pensare ancora: «Chissà se attraverserò tutta la terra. Sarebbe divertente capitare fra la gente che cammina a testa in giù! Mi pare che si chiamino gli Antipati…» (Questa volta era abbastanza contenta che non ci fosse nessuno ad ascoltarla, perché la parola non le sembrava proprio quella giusta. ) «Bisogna che domandi a qualcuno il nome del paese, si capisce. Per favore, signora, questa è la Nuova Zelanda oppure l’Australia?» (Cercò di inchinarsi con gentilezza, mentre parlava… pensate un po’: inchinarsi educatamente mentre si cade attraverso l’aria! Ci riuscireste voi?) «Chissà che bambina ignorante penserà che io sono! No, è meglio domandare; forse lo troverò scritto in qualche posto. »

E cadeva, cadeva, cadeva. Non c’era niente da fare. Perciò Alice ricominciò a parlare. «Credo che Dina sentirà molto la mia mancanza, stasera. » (Dina era la gattina.) «Spero che non dimentichino di darle il suo piattino di latte, quando sarà l’ora della merenda. Dina cara, vorrei che tu fossi qui con me! Non ci sono topi per aria, lo so, ma potresti acchiappare un pipistrello: somiglia molto a un topo, no? Chissà se i gatti mangiano i pipistrelli. »

A questo punto Alice cominciò a sentir sonno e continuò a parlare fra sé, come in dormiveglia: «I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?» ripeteva. E a volte diceva: «I pipistrelli mangiano i gatti?» Infatti, siccome non era in grado di rispondere a nessuna delle domande, non dava molto peso alla maniera in cui se le poneva. Alla fine si accorse che stava addormentandosi. A un certo punto cominciò a sognare di trovarsi a passeggio con la sua Dina, a braccetto, e di domandare alla gatta con molta serietà: «E adesso, Dina, dimmi proprio la verità: l’hai mai mangiato un pipistrello?»

D’un tratto – bum! bum! – arrivò proprio al fondo e si trovò sopra un mucchio di foglie secche. Aveva finito di cadere. Alice non s’era fatta nulla e un attimo dopo era già in piedi. Guardò in alto, ma era tutto buio sulla sua testa“.

(Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie, Traduzione di Tommaso Giglio, Rizzoli Editore, 1978, Milano, 41-49)

L’ossessione contemporanea di correre, non cadere e vincere

Alice mi ricorda che cadere è un’esperienza ricca di esperienze. Mentre cade, la bambina guarda, scopre, impara, parla, ricorda, pensa, ripassa nozioni, legge, si addormenta, e addirittura, sogna: vive. Sarebbe bello non dimenticarlo mai, ricordare sempre che:

  1. Cadere è un'”esperienza”: tempo vivo, luogo vivo. Non è un confine invisibile, un passaggio senza durata, vuoto di eventi, ma una possibilità concreta di abitare il mondo, sperimentarlo e conoscerlo.
  2. La caduta è una porta: cadendo si sfilaccia il nostro vecchio mondo, e accadono delle cose che sono rivelazioni del nuovo che ci aspetta. Ma bisogna guardare intorno a sé mentre si cade perché il nuovo si s-veli e si profili. 
  3. Per raggiungere il Coniglio Bianco, uno qualunque, è necessario cadere da qualche parte. Se ti vuoi muovere, se vuoi “andare” ed “inseguire”, e non vuoi “restare” dove sei, è proprio necessario precipitare.
  4. Il Coniglio Bianco è solo una scusa per guardare, provare, scoprire, imparare: vivere un’esperienza prima insospettabile, che è il Paese delle Meraviglie, quell’Altrove che si spalanca non appena entriamo in quella specie di pozzo profondissimo che è il cadere.
  5. Cadere sembra un luogo, un momento distaccato dalla nostra esistenza, dal flusso del mondo, in realtà è un paesaggio reale e visionario, ricco di possibilità che hanno molto a che fare con noi, e a dispetto di quanto crediamo, con la nostra vita concreta.

Per tanti tutto questo è una balla, e chi pensa sia solo una grande balla, tende a dividere il mondo in due “categorie” (brutta, brutta parola: “categoria”) – e ci crede. Ci siamo talmente abituati che non ci facciamo più caso. A casa, a lavoro, con gli altri e con noi stessi, dividiamo il mondo in due categorie desolanti, davvero ridicole e cupe. Da un lato ci sono quelli che cadono, “i perdenti”, che definiamo lamentosi e scocciatori, con l’anima più o meno complessa, che viaggia sempre con uno zaino mezzo vuoto e a piedi; fragili e invidiosi, complessi, statici, incoerenti, deboli e frustrati, li vediamo così. Dall’altro lato ci sono quelli che non cadono mai, “i vincenti”, a cui affibbiamo la sindrome dell’idea stirata a tutti i costi, in tutti i posti, per tutte le stagioni; in competizione costante col mondo e con se stessi, autocelebrativi, stressati, perennemente in corsa e insoddisfatti, ne percepiamo l’anima orizzontale.

Diviso così, il mondo fa orrore, e suona solo i nostri pregiudizi, la nostra fragile (tenera) e agghiacciante (pericolosa) tendenza a inscatolare il mondo, che lascia fuori qualunque territorio conservi un sia pur vago sapore di confine. Linee di demarcazione, divisioni, sottrazioni: sono come una carezza per il nostro spirito squassato dal disordine di tutto, per il dolore che proviamo quando i nostri quadrati programmi se ne vanno beatamente a puttane. Eppure, se ci pensiamo bene, quanto ci consola davvero questo paesaggio spezzato in due? Quanto ci carica di energia positiva la vista di una realtà a due corsie, dove si vince o si perde senza altre soluzioni? Non è triste questo matematizzare il mondo? Non fa male? Non fa più male del vedere tutto capovolto e distorto com’è? Non addolora di più avere paura di inciampare? Non stressa di più saltare gli ostacoli col terrore di una sconfitta? Non ci svia di più, dal nostro compito di diventare noi stessi, cercare a tutti i costi di aderire ad un modello “giusto” – quello del vincente – che poi tanto giusto non è, anche solo per il fatto che non ci somiglia, che non è “il nostro”? E poi, non ci fa perdere più tempo andare troppo veloci?

Già. Qualunque cosa decidiamo di fare, oggi ci viene richiesto di correre, essere svelti, essere pronti, e soprattutto, di rimanere sempre in piedi. La dedizione, la cura, la lentezza, la soggettività, ovvero il fare le cose a modo proprio, con autenticità, senso del rischio e responsabilità, sono diventati il sintomo di chi non sa stare al mondo. E vale per tutti, nessuno escluso. E vale per tutti i mestieri. Nessuno escluso.

Mettere in gioco se stessi, “attraversare” le cose, che per il lavoro significa rischiare di cadere ogni santo minuto, è diventata un’utopia o un errore mortale, l’impronta comica di un idealista, di un illuso, o peggio ancora di un disadattato, di uno sciocco, di un alienato.

E invece, tolti coloro (e beati loro) che sono infilati nelle maglie delle cose e da lì non si schiodano, molti (di noi) sono ancora bambini. Tutto è sempre sorprendente, caotico e incomprensibile. Si ricomincia daccapo ogni giorno, ogni giorno non ci si abitua mai. A niente. E si cade, sempre, ogni secondo. Come Alice.

Malinconia gravitazionale: cadiamo, cadiamo, altrimenti siamo perduti

Finora ho sempre pensato che l’abitudine di frequentare i pozzi fosse necessaria, per tutti, per tutto, anche per il lavoro, e, non so voi, ma io ho sempre ritenuto utile la mia naturale tendenza a cadere, il mio portamento sbilanciato, quello che mi fa fallire molto spesso. In fondo, siamo tutti portatori di voragini, di cadute.

L’autobus curva e vuole arrivare mentre io sono in una specie di pozzo profondissimo. Intorno a me messaggi, libri e fotografie, scaffali e barattoli di marmellata, e soprattutto tante persone. La stanza della mia caduta è affollatissima, siamo in tanti qui, milioni di milioni, e mentre cadiamo proviamo a farlo lentamente come Alice, a tenere gli occhi aperti come lei, a vedere che succede, a sentire e a sentirci mentre le cose accadono e basta. Planiamo. E ci teniamo, mentre precipitiamo, a ricordarci a vicenda che anche qui, in questo pozzo ed esercizio che è la caduta, siamo vivi. Spostiamo le lancette, siamo vivi. Inseguiamo curiosità, rispetto, tenacia e determinazione, affettiamo insiemi, frazioni e algoritmi, li ingoiamo, siamo vivi. Ci addormentiamo, siamo svegli, siamo vivi. Vivi.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

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