Scrittrice e Ingegnere, Veronica Galletta: “Penso sempre a delle storie” | Intervista

Ingegnere e Scrittrice: le sue biografie, sparse per il web, “titolano” così l’identità di Veronica Galletta, finalista, con «Le isole di Norman», della XXVIII Edizione del Premio Italo Calvino. Vista da qui, dal Pianeta di AstrOccupati, Veronica è moltiplicazione liquida, complessa e soprattutto trasversale: apolide, donna, scrittrice, ingegnere, mamma, lettrice, bambina, compagna, amica, cercatrice solitaria di Storie, Luoghi, Personaggi, Odori, Frasi, Vite invisibili. Che cosa racconta Veronica Galletta di Veronica? L’Intervista di AstrOccupati preceduta da una riflessione su che cosa vuol dire, oggi, il “mestiere di scrivere”


Certe volte bisogna esibirne la furia.
Se dico che qualcuno lavora, oggi, che cosa significa? Spesso molto poco, o in ogni caso nulla di speciale. E se dico che qualcuno scrive? Che cosa vuol dire oggi “scrivere”? Già.

Ingoiata dalla Realtà contemporanea, tutta rivolta com’è, in ogni settore, alla visibilità del “Nome” e alla vendita, la “scrittura”, oggi, significa poco più che l’impegno di sparecchiare un tavolo grande e allegro, che è lo stesso sul quale, sempre per “allegria”, viene sistemato il coltello sanguinoso della critica televisiva, la lagna modaiola sul primo degli ultimi nella classifica dei giornali, le sparatorie social su chi ha compiuto l’errore grammaticale più grave, su chi ha proposto il progetto più sciocco, su chi ha pubblicato la storia più banale, o su chi “ha osato” tirarsi via dagli schemi consueti di ciò che oggi viene definito “scrivere”. Senza contare poi, i monologhi-canzone cantati dall’autore, che ansima sgomitando nella calca degli insulti; le sue rincorse per una citazione, i suoi inseguimenti compiuti sotto la dettatura della notorietà e dell’elogio. E alla fine di tutta questa sciocca baraonda, i non invitati al tavolo della festa sono i soliti due o tre: il lettore, il libro e la casa editrice. Per dirla meglio: l’esperienza della lettura (il lettore), la Storia raccontata e la visione del mondo proposta (il libro), la filosofia scelta (il progetto il p-r-o-g-e-t-t-o, non il pettegolezzo – costruito dalla casa editrice).

Per tutte queste ragioni, chi tenta di scrivere delle Storie e fa scrittura creativa, narrazione, oggi viene più di altri frainteso, schiacciato dalla moda dei Titoli. E per tutte queste ragioni penso, oggi, qui, immersa in questa strana lontananza da cui sto parlando e che ho chiamato AstrOccupati, che della scrittura, del “mestiere” di scrivere, mai come in questo momento storico bisogna esibirne il furore, raccontarne il dolore, il capriccio, i pericoli, quella maniera tutta sua e autentica di sformare e scollare il mondo. 

Tanto per rimanere dentro la metafora del tavolo, non ho mai visto chi scrive arrendersi allo sbadiglio per la confusione delle briciole. Semmai l’ho visto sorridere con gli occhi per un’idea, lanciarsi nel turbamento per un dubbio senza fine che riguarda una virgola, o uno spazio, o un punto e virgola; stringersi i capelli dalla rabbia dopo che una parola gli è sfuggita via perché, dannazione? E poi, dove vanno le parole che scompaiono e ci sopravvivono? E cosa provoca quel modo assurdo in cui le parole ti saltano addosso e non ti lasciano in pace per settimane, mesi? Una vertigine, continua.

Chi scrive lo sa, lo sa che scrivere non è sempre un idillio. E Veronica Galletta lo sa, lo sa perché vede e legge storie dappertutto, lo sa perché scrive come una che sta sempre in bilico, tra una storia, un’altra, e un’altra ancora; tra sé e un’Altra-sé e un’Altra ancora. E perché cerca ostinatamente: destino di chi, la sua vera casa, è in un posto invisibile. Scrive Veronica:

“Per anni mi sono mossa senza tregua, ho cambiato casa, lavoro, vita, amici, abitudini. Così ho collezionato città, una dopo l’altra. Prima la Sardegna, poi Siracusa. E Catania, Genova, Parma. E i soggiorni all’estero, brevi, meno brevi. Fino a Livorno.
Il risultato è che mi mancano tutte, in maniera diversa, per motivi diversi. Così oscillo, appena è possibile, da un posto all’altro, a trovare questo o quello, a ricercare odori, sapori, paesaggi di cui ho nostalgia. […] dopo anni di peregrinare, di traslochi e spostamenti, di proclami di internazionalità, la verità è che il mio paese è qui. In questo studio in penombra, dal quale adesso scrivo, nel quale riesco a distillare tutti miei luoghi, che smonto e rimonto, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, spezzettandoli e ricombinandoli ogni volta in un modo diverso, in un vortice che ha finalmente il suo nucleo.” (Sezione “Diari”, Premio Italo Calvino, 30 Giugno 2015)

Leggete i suoi racconti (nel paragrafo in basso, dopo l’Intervista, trovate i link di riferimento per leggere alcuni dei suoi lavori). Citandone uno intitolato Dama Rovenza, la sua penna e la sua voce si dirigono “sui rami come uno scoiattolo”, si agitano come certi conigli che tormentano i fili della testa, demoni invisibili e storpiati che storpiano tutto. Leggetela. C’è un’inquietudine e una nostalgia invincibile nei suoi racconti, ma, e questo è il nodo davvero interessante, la vertigine prodotta nel lettore, non è scomposta e ingoiante, ma lucida e tenera. Gli strappi prodotti da quell’inquietudine e nostalgia, difatti, non ci vengono consegnati sbadatamente, ma con una premura consapevole, materna e paterna: la penna di Veronica Galletta ci fa entrare in una voragine e allo stesso tempo ci protegge, ci difende dai pericoli provocati dalla caduta, la sua e la nostra di lettori. In questa “spada” tenera e forte c’è, molto probabilmente, quel suo vissuto gigantesco e insondabile di Madre, e, certamente, la sua lunga esperienza consumata in quel territorio logico e creativo, solo apparentemente “lineare”, come ci descriverà nell’Intervista, che è la sua professione di Ingegnere – Veronica ha una Laurea in Ingegneria civile, sezione Idraulica, e un dottorato di ricerca in Ingegneria Idraulica.

Leggendo i suoi racconti si ha come la sensazione che siano stati scritti per una piccola tempia sinistra poggiata sul guanciale, per gli occhi attenti e sgranati di un bambino, pronto –  come solo i bambini sanno esserlo –  all’ascolto di una storia. E fortunato è, quello scrittore che, scrivendo, vede sempre un bambino.

AstrOIntervista: Veronica Galletta

Nome 
Veronica.

Ti chiamano 
Dipende. Dai posti, dai ruoli. Veronica, mamma, ingegnere. Quello a cui sono più affezionata è Vica, ma Vica non mi ci chiama quasi più nessuno…

Il tratto principale del tuo carattere
L’inquietudine.

Il difetto che ti rimproveri
L’ostinazione.

Il difetto che ti rimproverano
La rigidità, l’incapacità di trovare mediazioni. L’unica che mi rimprovera apertamente è la mia mamma, e ha ragione. Gli altri credo si limitino a pensare che sono una stronza. Credo che a volte abbiano ragione anche loro.

Cosa ti appassiona davvero nella vita, cosa ti anima
Leggere, scrivere, viaggiare (ecco, a questo punto sembra l’intervista alla futura Miss. La pace nel mondo però ve la risparmio). E i numeri! I numeri mi appassionano sempre (anche se lavorarci molto meno).

Il tuo lavoro
Lavoro come ingegnere per un ente pubblico. E poi scrivo. Ma non lo chiamo mestiere, perché tale ancora non si può definire. Non ho pubblicato niente, non ne ho tratto un (seppur minimo) sostentamento di natura economica. Però è quello che faccio. Vado in ufficio, e penso a delle storie. Cammino verso a casa, e penso a delle storie. Cucino, sto al parco con mio figlio, faccio la spesa, viaggio, guido, e penso a delle storie. Penso sempre a delle storie.

Il mestiere che sognavi di fare da piccola
La libraia. Ricordo che lo dissi a mio padre: così posso leggere tutti i libri che voglio e non devo proseguire con la scuola.

Il mestiere che sogni di fare da grande
La scrittrice. Però posso modificare la domanda? Forse è più appropriato parlare di mestiere della terza età, però sì, la risposta rimane la medesima: la scrittrice.

Quel che ami di più del tuo lavoro
Anche qui, non vorrei essere una rompiscatole, ma posso modificare la domanda? Posso farla diventare: che cosa amavi? L’ingegnere, per come l’ho fatto io per tanti anni, è stato un mestiere con molti aspetti creativi, anche se non si direbbe. Si presentano dei problemi, li devi risolvere, spesso in fretta, a volte invece dandoti il tempo di pensare, anche se vorresti risolverli in fretta. Permette di misurarsi con grandi sfide anche umane (come nella gestione delle relazioni all’interno di un cantiere), ma anche regalare momenti di isolamento totale dal mondo esterno (se per esempio stai finendo un progetto, o studiando un problema specifico). Da qualche anno però non ho più quegli stimoli necessari per trovare le forze per un lavoro così faticoso.

Quel che detesti e/o ti affatica e/o ti annoia del tuo lavoro
Il contesto tutto. La professione di tecnico all’interno degli enti pubblici, per come sono le regole e l’ambiente allo stato attuale, è una sorta di corsa ad ostacoli, la cui altezza mi pare si alzi nel tempo. Il mio inguaribile ottimismo mi fa ritenere che queste regole non cambieranno mai.

Quel che condanni e cambieresti subito del tuo contesto lavorativo
L’impossibilità di lavorare per obiettivi e di valutare il personale di conseguenza. Credo che molti dei problemi per così dire collaterali si risolverebbero a ruota.

La cosa più difficile che hai fatto nella vita
Accettare il cambiamento. Viverlo non come sconfitta ma come opportunità. È tremendamente difficile per me, è un esercizio quotidiano.

Il tuo ricordo preferito
Non so, non credo di averne uno.

I tuoi eroi. Chi ti ispira profondamente?
Virginia Woolf. Per la sua scrittura. Per la sua vita. Per la sua inquietudine, che ho sentito sempre, non so dire perché, molto vicina alla mia.

La/e qualità che più ami negli altri
La capacità di vivere ancorati al presente.

La persona scomparsa che richiameresti in vita
Primo Levi. La sua morte mi addolora ancora oggi.

Il sogno che proprio non ti lascia in pace
Riuscire a vivere abbastanza per scrivere tutte le storie che ho in testa, tutte quelle che ho appuntate sul desktop del pc, dentro le cartelline nella libreria dietro di me adesso che scrivo queste parole, dove ogni ritaglio è un mondo, tutte quelle che mi verranno negli anni a venire.

L’Italia che vorresti
Un paese di speranza e opportunità. Un paese che ha speranza sorride. Un paese che ha opportunità permette alla gente di cambiare, sperimentare cose diverse. E invece spesso si resta attaccati allo status quo come una cozza, perché attorno è tutto immobile (mi rendo conto che parlo come un politico moribondo, scusate). Qualche anno fa leggevo che in altri paesi cambiare società, o mansioni, è visto come una cosa positiva, come il desiderio di sperimentarsi. In Italia, specialmente in ambienti molto strutturati come quello in cui lavoro io, è solo indice di “qualcosa che non va”.

L’ultima cosa che fai prima di addormentarti
Penso alle ultime parole di Ettore (mio figlio) prima di addormentarsi. Di solito a quell’ora regala perle, nel tentativo di restare a dormire nel letto grande.

L’ultima volta che ti sei emozionata davvero
Non me lo ricordo. Forse non sono una persona che si emoziona facilmente. Di certo per una qualche (falsa) malattia scampata (ho momenti di profonda ipocondria).

Stato d’animo attuale
Variabile. Come il tempo che preferisco.

Le Parole che non ti ho detto: il canto libero di Veronica

«Solo qui vorrei dire cosa è per me la scrittura, usare quelle parole che in altro contesto, all’interno delle risposte sopra per esempio, non sono riuscita a dire fino in fondo. La scrittura sono gli scrittori che leggo e che ho letto negli anni, da quelli che mi hanno letto quando ancora non sapevo leggere da sola, a quelli che leggo adesso da sola. È un modo per combinarli tutti, per rielaborarli, scomporli, incastrarli in lingue e storie sempre nuove, dove dentro ci sono io, le cose che immagino o sogno o penso, le cose che trovo per strada o che vorrei trovare.
Tu leggi sempre, mi ha detto ieri mio figlio in tono di accusa. Ma come, ho risposto io facendo finta di niente, ieri mi hai detto che ho sempre sonno. Perché tu leggi anche quando dormi, ha ribattuto senza perdere un punto.
Ecco, forse ha ragione lui, hanno ragione i suoi cinque anni così spalancati. Io leggo anche mentre dormo. E vorrei scrivere, anche. Vorrei scrivere anche mentre dormo».

Veronica scrive: i link per leggere le sue storie

Qualche mia piccola cosa, per chi ne ha voglia:

Che cosa ci ha insegnato Veronica: #Consigli per il Lavoro

Cara Veronica, il Carillon del Salotto di AstrOccupati si è messo a suonare per te certe parole. Confessa, che ci hai insegnato delle cose davvero importantissime.

LA TUA STORIA HA RICORDATO A NOI LAVORATORI AstrOccupati, AstrOPrecari e AstrODisoccupati che raccogliere le parole o le cose della vita è pericoloso come la pesca cui assiste Filippu nella tua storia I pisci, ma che alla fine bisogna tentare, andare in barca con “i grandi”, rischiare, tornare a casa con la testa schiaffeggiata dalla luna e dalle squame, sperimentare. A dispetto di tutto − a dispetto del vento respingente che suona in questo Paese, soprattutto quando si parla di lavoro.

LA TUA ESPERIENZA CI HA CONSIGLIATO che bisogna essere trasversali, “contaminare” (= cont-ANIMA-re) le esperienze professionali, tutte, l’una con l’altra, mescolandole con quelle personali, esattamente come fai tu, che metti in comunicazione tutte le tue “identità”, sociali e umane, che in questo modo ne escono arricchite e rinvigorite, soprattutto spalancate, dinamiche e in continuo mutamento.

LA TUA INTERVISTA CI HA PERMESSO DI RICORDARE NELL’INTRODUZIONE ALCUNE VICENDE FONDAMENTALI LEGATE ALL’UNIVERSO PROFESSIONALE DELLA SCRITTURA, umori che non si possono più nascondere, fatti che bisogna non aver più timore di dire. Come il fatto che scrivere è un lavoro, come il fatto che scrivere è un lavoro serio, come il fatto che scrivere ha, sì, delle regole, ma che le regole valgono solo come una palestra e non come una prigione che rinchiude e mortifica la soggettività; come il fatto che scrivere deve nutrirsi di chi siamo veramente, non di chi “si deve essere”, e come il fatto che scrivere non merita dipendenze, e deve avere amici, non padroni, ad esempio l’ultimo, il più alla moda, oggi chiacchieratissimo: il “lettore spettatore”, il cosiddetto “pubblico pagante”, detto anche, disgraziatamente per chi legge, L-E-G-G-E, “target“. E in questo trambusto, come De Gregori mi chiedo: “Lontano più lontano degli occhi del tramonto/mi domando come mai non ci sono i bambini/e l’ufficiale uncinato che mi segue da tempo/mi indica col dito qualcosa da guardare/le grandi gelaterie di lampone che fumano lente/i bambini, i bambini sono tutti a giocare“.
È vero, già, è vero. I bambini sono tutti a giocare.

VERONICA, PER TE. Cara Veronica, dopo la tua preziosa Intervista, per la tua “verde frontiera”, il Carillon del Salotto di AstrOccupati si è messo a suonare per te questa canzone. Ci vediamo lì, dove di nascosto, si danza. Buon vento Vica.

AstrOReporter: Valentina Chiefa


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