Le competenze trasversali. Appunti e Storie di un viaggio in Corriera

Viaggiare in Corriera offre mille opportunità. Le mie: 1- Raccogliermi a distanza da tutto e prendermi finalmente il tempo necessario per leggere, studiare, pensare, prendere appunti e scrivere. 2- Conoscere tante persone interessanti e misurare la temperatura dei loro pensieri, sulla Vita e sul Lavoro. In uno degli ultimi viaggi in Corriera mi è capitato di fare una bizzarra conversazione sulle Lauree umanistiche. Qui, ve la riporto. Sarà il punto di partenza per riflettere su un concetto straordinariamente importante, per il Lavoro e per la Vita: le competenze trasversali | Le Cronache immersive di AstrOccupati: il Reportage narrativo


Se non fosse per il ciclico bisogno di dimenticare, prenderei l’aereo. O il treno. Ma la Corriera, per andare dove devo andare, ci mette poco più di dieci ore, che sono esattamente quelle che mi servono per: stare sola (esercitandomi nel difficile compito di stare zitta per tanto tempo – sogno di molti amici e parenti), ricucirmi la faccia suonata dai lividi nuovi, ricucirmi i pensieri stonati dai lividi vecchi, pensare a lungo e senza interruzioni, scrivere sul mio diario di carta personale, ripulirmi a fondo dall’astio che vive sui socialleggere su carta, costruire liste e schemi a matita per pianificare gli impegni delle settimane a venire, buttare giù le bozze per un lavoro di scrittura, studiare con concentrazione per aggiornarmi, e infine scrivere a penna i temi, i titoli, i sottotitoli, gli incipit e gli scheletri delle prossime Storie di AstrOccupati. È proprio bello. La Corriera è un buon ritiro per i viaggiatori che non vanno poi così tanto lontano, ma che hanno bisogno della lontananza e sono inquieti, come me.

Quando scendo dalla Corriera sono finalmente “svuotata”, svincolata dalle durezze e dalle scontrosità con cui nutro i rimpianti e i tanti rimorsi che ho. Le grandi malinconie con cui ero salita sono finalmente lontane, abbandonate laggiù, proprio in quel tratto di strada dove vedo sempre il mare.

Quando lascio la Corriera sono leggera. Ho con me soltanto una valigia, ciò che ho imparato durante il viaggio e l’attesa degli occhi grandi di chi mi aspetta. Dentro, il mio solito mare impreciso, quella specie di orizzonte tenero e confuso in cui è facile bighellonare, sentirsi, per un po’, solamente felici.

Viaggiare in Corriera: l’opportunità di conoscere i pensieri delle persone sul Lavoro

La Corriera, dicevo, è una piccola città. Siamo io, te, che ci osserviamo nascondendoci dietro un panino che nascondiamo agli autisti. Guardo il titolo del libro che stai leggendo mentre la signora lì davanti snocciola tempo e pazienza col telefono fino alle 18. Il signore qui accanto, un Architetto, chiama i suoi per dirigere i lavori di due case, mentre una ragazza combatte vivacemente tra un libro aperto, lo smalto e certe invadenti notifiche provenienti dal suo telefonino. E poi i ragazzi. I ragazzi con lo zaino largo come una nave da cui tirano fuori le cuffie per la musica e basta. Già, e basta: perché sono appena 09:00 e gli incappucciati resteranno “sintonizzati” così per tutta la durata del viaggio. Quante storie, vite che a volte ci confidiamo in una frase durante le soste.

Vedete? La Corriera offre migliaia di possibilità di osservare, conoscere. Una fra tutte, per me, quella di cercare di capire, per esempio, che cosa pensano le persone di alcune faccende legate al Lavoro. Per questo, quando compio i miei piccoli viaggi, ho sempre con me un Quaderno dove mi appunto i dialoghi e i temi che via via emergono. Ve ne riporto subito uno. Sarà il nostro punto di partenza per ricordare, e riflettere, su una “faccenda” che per il Lavoro è tutt’altro che soft.

Dialogo sul Lavoro: lei, io, lui e la “Laurea balorda”

Abbiamo tempo prima di ripartire, siamo in una stazione di servizio, perciò mi accendo subito un’altra sigaretta. Lei mi guarda. Siamo in piedi, ferme di fronte all’autobus fermo. È una Signora sulla sessantina, davvero molto bella. L’aria, e il rossetto, e le mani da mamma.

«Che fai, signorina, studi su?» mi chiede.
«No, signora.» le rispondo con un largo, nostalgico sorriso «Ho finito gli studi da un pezzo, anche se, di fatto, continuo sempre, sempre a studiare. Lei, invece? Ha i figli su?»
«Sì, uno. Gli altri due sono giù. Uno è finanziere, l’altro è disoccupato. Ha 40 anni, sai? Fa “l-a-v-o-r-e-t-t-i”, ma… chiaramente non ce la fa. Ha fatto una di quelle lauree balorde!!» mi dice alterata.
«”Balorde”…immagino si riferisca alle lauree umanistiche. Io ho studiato Filosofia, Signora. Praticamente, sono una balorda come suo figlio» le faccio subito io con un sorriso.
«Ah..no, lui ha fatto Sociologia. “Sociologia”!!» ripete grave. «Porta lavoro? No. Che scelta…».
«Sa, Signora» le rispondo tranquillamente io «la verità, se ci pensa bene, è che non tutti possiamo fare gli impiegati, gli economisti, i banchieri, i postini, i commercianti…Ci vuole tutto in un Paese. C’è molto bisogno di laureati in Lettere, in Filosofia, in Sociologia, in Teatro, in Cinema….».
«Sì, certo, sono Lauree importanti per la cultura personale» mi interrompe la Signora.
«No, Signora.» riattacco io più decisa, stavolta. «Sono lauree importanti anche per lei. Signora, immagini cosa vorrebbe dire la sua vita se non potesse andare al Cinema, a vedere uno spettacolo in Teatro, se non potesse guardare programmi in tv, leggere o ascoltare le notizie di un telegiornale, leggere un libro, guardare una mostra. E le ho fatto solo qualche esempio. La Laurea di suo figlio è una Laurea importante, una formazione, direi, proprio necessaria. È il mercato del lavoro italiano che è respingente, per motivi che non riguardano solo la scelta dell’orientamento di studi, ma tanti altri fattori come l’età».
«Io, ormai, non ci credo più» spara lei.

Proprio come accade in Teatro, adesso seguirà un lungo silenzio; i minuti, tra noi, sembreranno ore. Come sanno bene gli attori e i registi di Teatro che lavorano davvero a lungo, e duramente, sulla produzione del “ritmo”, non si tratta di una pausa, ma di un momento vivo, uno dei più importanti, dei più funzionali per uno “spettacolo”. Il fatto è che qui, l’ultima battuta della Signora, ha aperto un abisso irrespirabile per tutti, attori e spettatori – uno squarcio profondissimo. E non si tratta di recuperare ossigeno per la discesa. Si tratta, qui, di attraversare, ognuno col suo personale inferno di ricordi e voci, i luoghi difficili della maternità, delle aspettative sui figli, gli inferni silenziosi dell’essere figli, i campi stonati della fatica, della pressione e dello smarrimento, della delusione e dello scontro con una realtà deludente, i luoghi instabili della fiducia in se stessi, di questo ponte, timido, che è l’identità personale, esposta, pur non volendo, a terremoti continui.

La Signora ha abbassato gli occhi cercando il suo abisso tra i piedi, passeggia da ferma tra l’imbarazzo e la rabbia, lo sconforto e l’amore. Io invece trovo il mio sulla sua faccia. Sono immobile che la guardo chiedendomi di non fissarla, e non ci riesco, la fisso a lungo. Dopo una lotta interminabile e difficile tra me e me, le parole mi vengono via.
«Signora, mi permette una cosa?».
«Certo, Signorina».
«Glielo dico da figlia: la prego – e mi scusi, davvero, ma la prego – non lo dica a suo figlio».
«Che cosa?»
«Che non ci crede. L’espressione del suo viso lo ucciderebbe».

Adesso è lei che mi fissa. Improvvisamente, come in uno di quei giochi giocati dal Teatro, sono la figlia di una madre che non conosco. Ho molto in comune con questo fratello nuovo che ho: stessa formazione, stessa pressione, stessi pregiudizi, stessa libertà, amore, pazienza e delusione. Stessa solitudine – mi chiedo quanti siamo. Ci salutiamo con distrazione voluta e saliamo sull’autobus. Io e questa madre nuova, tutt’e due in cima.

Mi siedo e mi appunto velocemente il dialogo, non voglio dimenticare nulla. Guardo le pagine del Quaderno e mi accorgo di avere tanto materiale su cui pensare, approfondire, e scrivere. Primo appunto: facile, sono una cazzo di balorda. Secondo appunto: le lauree umanistiche, orgoglio e pregiudizi. Terzo appunto: le competenze trasversali. Sì. Proprio riflettendo sul mio percorso “inutile”, ho pensato alle cose che ho fatto, ho segnato le competenze che ho sviluppato nel corso di alcune esperienze che giudico formative, sia personali che professionali, e soprattutto, ho ragionato, scrivendo, su come le ho mescolate e riutilizzate qui e là, dove e perché. Da questi schemi, davvero molto utili per me, sono chiaramente approdata alle definizioni di competenza trasversale, Intelligenza emotiva e trasversalità.

Le competenze trasversali: una chiave decisiva per lo sviluppo professionale e personale

Sul tema “competenze trasversali” ho cercato, letto, pensato, rielaborato a modo mio, appuntato e scritto. Condivido con te una sintesi dell’argomento, che comprende naturalmente piccoli riferimenti di lettura, utili per un approfondimento, se vuoi, più “oggettivo” della questione.

CHE COSA SONO 

Le competenze trasversali sono l’insieme di tutte le caratteristiche personali del Lavoratore, dunque tutte quelle conoscenze, capacità, qualità, atteggiamenti e comportamenti che un dato Individuo possiede.

In definitiva, si chiamano “trasversali” le competenze tipiche dell’Intelligenza emotiva, sociale, cognitiva e comportamentale, in sostanza quelle che fanno la differenza tra la performance di un Lavoratore e quella di un altro Lavoratore, i quali eseguono il medesimo compito.

Il concetto di trasversalità allude, dunque, a tutto ciò che siamo, alla nostra parte più profonda, compresa la nostra visione del Mondo, l’insieme dei valori in cui crediamo: in definitiva, accoglie e ricalca il nostro sconfinato , il nostro invisibile, ineguagliabile, mondo interiore, la nostra modalità, unica, di vedere il Mondo, di produrre una prospettivala nostra modalità unica di sperimentarlo e metterci in Relazione con esso – con le cose, gli Altri, gli eventi, un’attività e noi stessi.

LE LORO CARATTERISTICHE DISTINTIVE

  1. Proprio perché “personali”, le competenza trasversali sembrano infinite e in continuo mutamento.
  2. Proprio perché sono “mobili”, alla fine dei conti sembrano intangibili, difficilmente definibili e difficilmente misurabili.
  3. Sono trasferibili: sono spendibili in una molteplicità di contesti, in ogni ambito in cui l’Individuo ha bisogno di operare, che sia professionale o privato. In generale, è proprio questa caratteristica che le differenzia dalle competenze tecniche (le hard skills, che sono l’insieme delle abilità e conoscenze specifiche di una determinata mansione o attività) e che permette di definirle “soft” skills.

QUALI SONO

Proprio perché sono “personali” e difficilmente afferrabili dai concetti, proprio perché tendiamo, dunque, a definire “trasversali” competenze ogni volta diverse, ci sono numerose classificazioni che tentano di definirle e di ordinarle, e che si rifanno a modelli diversi. Il tema sembra piuttosto complesso.

Comunemente si tende ad ordinarle in 4 Categorie che le raggruppano in: personali o di efficacia personale (ad es. la flessibilità), relazionali o comunicative (ad es. lavoro di gruppo), intellettuali (ad es. il problem solving, la creatività), organizzative o gestionali (ad es. lo spirito di iniziativa).

A me, invece, piace raggrupparle in 4 Categorie che chiamo: Emotive (in cui faccio rientrare ad es. la coscienza di sé, la gestione delle proprie emozioni, la fiducia in se stessi o la capacità di motivarsi in un contesto di stress), Cognitive (ad es. la pianificazione di un compito o la capacità di apprenderne uno nuovo), Sociali (ad es. l’empatia, la gestione dei conflitti, la collaborazione, l’influenza o la leadership) e Performative (ad es. l’orientamento ai risultati, lo spirito di iniziativa, o il senso di responsabilità sociale e di adattabilità che siamo disposti a maturare all’interno di un’organizzazione/azienda/team che ci accoglie). È uno schema certamente non-oggettivo, ma che, da sempre mi aiuta ad orientarmi in una giungla di nomi e definizioni potenzialmente infinite. Il riferimento, in ogni caso, è a quel concetto così ramificato e complesso di Intelligenza (concetto, oggi, ancora tanto sottovalutato, soprattutto da chi, in Italia, opera nel settore educativo e didattico. Esclusi alcuni insegnanti e classi sperimentali che conosco, la nostra scuola è ancora ferma ad un’idea antiquata dell’Intelligenza, comunicata e vissuta, ancora, come un contenitore immobile che ha la funzione, noiosissima e davvero poco performante, di “ingoiare” e “fissare” nozioni a memoria), e in particolare a quell’idea così discussa e viva, che è l’Intelligenza Emotiva, ovvero quell’insieme di abilità sociali e personali che definiamo competenze trasversali

COME SVILUPPARLE

In teoria, le competenze trasversali si acquisiscono durante i percorsi di formazione didattica (a scuola), accademica (frequentando l’università, master, corsi di specializzazione e di formazione), nel corso di un’esperienza professionale (a lavoro, di qualunque tipo), nel corso di un’esperienza personale, tra cui quelle attività spesso definite “secondarie”, “ludiche”, e che invece, oggi, sembrano proprio le più didattiche e formative (mi riferisco per esempio allo Sport, al Teatro, alla Danza, alla Musica).

In generale comunque, proprio perché hanno a che fare con il nostro personale e infinito Sé, quando cerchiamo di comprendere come sviluppare, far crescere e aggiornare le nostre competenze trasversali, non è possibile produrre un discorso che sia valido e applicabile per tutti. Ci sono solo spinte soggettive ed esperienze private. Bisogna allora domandare, sperimentare e condividere.

A COSA SERVONO E PERCHÉ SVILUPPARLE

  1. Sono indispensabili per la crescita personale. Ci permettono di attraversare nuovi linguaggi, nuovi valori, nuove visioni del mondo, e di contaminarle con quelle che abbiamo “fissato”.
  2. Sono indispensabili per la crescita professionale, intesa come lo sviluppo del proprio carattere distintivo nella gestione di un’attività. Due professionisti che svolgono la stessa mansione, difatti, non genereranno mai la medesima performance, proprio perché faranno agire le proprie competenze tecniche in maniera diversa. Come? Grazie all’impiego delle competenze trasversali. La loro funzione più interessante, per me, è proprio questa: che rendono trasversali le competenze tecniche, e ci danno la possibilità creativa di “muoverle”, da un compito all’altro, da un lavoro ad un altro. 
  3. Il mercato del lavoro è cambiato, ha riscritto e continua a riscrivere le sue regole. È mutata l’utopia e, in teoria, la Cultura del Lavoro. Oggi le competenze trasversali e l’Intelligenza emotiva sono indispensabili, anzi sono ritenute proprio necessarie, primarie per il raggiungimento di una performance definita “efficace”.

In teoria, certo. Perché nella pratica, almeno in Italia, siamo fermi ad un’idea del Lavoro che è totalmente sorpassata, la quale idea equivoca o respinge un nuovo modo di fare il Lavoro, ignora o non capisce il modello di Lavoratore contemporaneo che è già in atto, vivo e vegeto: il Lavoratore trasversale. Il Lavoratore di oggi, anche qui detto Astroccupato, è colui che muta continuamente, e mutando, rinnova le sue competenze. Come? Riqualificandosi, aggiornandosi e cambiando addirittura settore, consapevole e sereno del fatto che oggi, proprio sulla base della nuova Cultura del Lavoro, la previsione della sua performance, la valutazione dei vantaggi competitivi che la sua azione potrà portare all’interno di un’Organizzazione/Team/Azienda, verrà compiuta misurando non soltanto le sue competenze tecniche, non soltanto i titoli necessari per lo svolgimento di una data mansione, ma anche, soprattutto, le sue qualità “umane” e personali.

COSA LEGGERE PER APPROFONDIRE IL TEMA

Sui temi “competenze”, “Competenze trasversali” e “Intelligenza emotiva trovi due studi sintetici proprio su Google, due lavori di tesi molto ben fatti, che comprendono spiegazioni, citazioni, schemi, tabelle e due utilissime bibliografie (che citano, tra gli altri, i lavori di McClelland, Boyatzis, Spencer & Spencer, e Goleman): puoi leggerli cliccando qui e qui.
Personalmente, per le mie prossime letture ho segnato i testi di David Goleman, tutti editi dalla Rizzoli:

  • Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro.
  • Intelligenza Emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici.
  • Leadership emotiva. Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi.

Siamo trasversali: vivere e lavorare creando contamin-Azioni

AVERE O ESSERE. Alla fine dei conti mi sembra di capire che tutti noi Lavoratori, AstrOccupati, AstrOPrecari o AstrODisoccupati, non abbiamo competenze trasversali: noi siamo trasversali. Andiamo a leggere il significato letterale di “Traversale” sul vocabolario della Treccani, e soffermiamoci su alcune voci davvero interessanti per noi:

“1. Che attraversa, che è posto di traverso: via t., che ne attraversa un’altra, rispetto alla quale viene considerata.
2. retta t., retta che non sia né orizzontale né verticale.
5. Con uso fig., spec. nel linguaggio politico e giornalistico, di azione, comportamento, iniziativa o altro, che tende a creare schieramenti e alleanze fra gruppi appartenenti a partiti diversi: partito t.; alleanza t.; accordi trasversali.”
E tra i sinonimi di trasversale leggiamo anche: “che interseca, taglia una linea presa come riferimento: strada t.”.

Sì: siamo proprio trasversali, come una retta, come una via, come una strada.

FIUMI E CITTÀ. L’autobus inizia a curvare. Penso al fatto che siamo come città, convulse, straordinariamente folli e rumorose, contemporaneamente buie e accese. Viviamo portandoci addosso strade, bivi, persone, porte chiuse, crolli, ombre, giardini e contagi. Palazzi giganteschi che luccicano nei pressi di una casa miserabile, messa bene in mostra – e che mostra bene e nasconde bene la nostra fragilità, le scosse rapide, violente, o invisibili e lentissime che spesso ci svegliano, o addormentano i nostri desideri e i nostri obiettivi per sempre. O forse, non lo so.

Forse siamo come questo fiume che guardo da questo finestrino. Lo vedo che si addormenta, piano. Dorme, steso, quieto sotto il sole incerto di Marzo. Se davvero siamo trasversali, se davvero siamo come una città, sul Lavoro, mi dico, dovremmo davvero cercare di attraversare, intersecare, mettere in collegamento le nostre strade. Di base il concetto è semplice: si tratta, credo, di contaminare le esperienze. Ma la resa è più difficile, perlomeno qui, in Italia. Lo sappiamo, no?

LE COMPETENZE TRASVERSALI IN ITALIA. L’autobus curva e non la finisce mai di curvare. Penso al fatto che non sempre abbiamo la possibilità di mettere in campo tutte le nostre competenze, soprattutto quelle che appartengono alla nostra parte più profonda. La maggior parte delle volte, se un lavoro ce l’abbiamo, siamo irretiti dai compiti che ci viene chiesto di eseguire, e il gioco finisce lì. Altre volte, il lavoro che facciamo non concede proprio occasione di metterle in campo o, soprattutto, di acquisirne di nuove. Se poi un lavoro non ce l’abbiamo e possiamo davvero sperare di utilizzare le nostre competenze trasversali, la nostra Intelligenza emotiva, la nostra Trasversalità, per proporci nel nostro settore o in un settore nuovo, in Italia vengono ignorate. La maggior parte delle volte, ciò che conta di più sembra essere ancora il tuo settore di provenienza, formativo e professionale (l’“assioma” proviene da una vecchia Cultura del Lavoro: si decide a 16/18 anni cosa “fare nella vita” e si fa quel Lavoro per tutta la vita. Cambiare idea in Italia? Mette spesso nei guai), la tua età (non importa come potresti fare il tuo lavoro, e quanto in teoria, dall’analisi delle tue competenze, risulti “performante”. Se hai superato i 29 anni, non oltrepassi la prima lettura del curriculum – ammesso che non sia stato subito cestinato), i tuoi progetti personali (Che progetti hai? Vuoi un figlio? Hai già un figlio? Sei difficilmente appetibile in Italia) o i tuoi “voti” (ancora la cara, vecchia, idea del Lavoro, quando in realtà è stato più volte dimostrato, in numerosi studi e nei fatti, che un numero, e in generale i risultati scolastici, non “misurano” con esattezza le tue competenze chiave, e soprattutto non sono capaci di costruire una previsione credibile di quella che potrà essere la tua performance professionale, di mostrare cioè, come sarai capace di mettere in relazione tutte le tue competenze con il compito da eseguire e gli obiettivi dell’organizzazione/Team/Azienda).

NON TI MUOVERE. E allora che si fa? Me lo chiedo mentre qui si continua a curvare, a curvare, non si arriva mai. Che si fa? Mi vengono in soccorso le parole di un Regista incontrato durante uno stage di Teatro che feci tanti anni fa. Mi disse: «Pensa solo e soltanto a quello che stai dicendo con la battuta. Infilati dentro le parole che stai pronunciando qui, ora, in questo momento, non ti muovere. Concentrati. No, dove sei? Non andare dal pubblico. No, non pensare a te. Devi abitare solo e soltanto l’immagine che stai evocando con le parole della battuta. Stai lì e fammi “vedere” quello che dici. Ferma così. Non ti muovere».

Scrivo e non oso muovermi. Sto dentro queste parole, c’è un grande silenzio qui. Disegno un punto con la penna e mi chiedo fino a quando ho intenzione di far durare questa chiusura prima di passare al prossimo periodo. Non mi muovo da qui. Per quanto tempo ancora voglio far durare il silenzio che ho procurato in questa frase? Un rigo di abisso? Tre? E che abisso è il mio? È profondo, lungo? E soprattutto, è onesto? È veramente mia la mia voce che scrive? E le mie virgole? Che immagine producono le mie virgole?

Mi accorgo che la direzione, le domande che ho scelto di pormi per la scrittura – che sia per la carta o per il web – sono proprio le stesse di quando ero in Teatro. Senza che lo decidessi, oggi ho capito che è il Teatro la mia esperienza di trasversalità, la più importante, la più utile per il Lavoro che ora chiamo mio – e la tua? Qual è? Senza prevederlo mi sono rimessa in pace, almeno per oggi, almeno per un po’. Fino al prossimo dubbio, al prossimo dialogo, ai prossimi appunti. Fino, al prossimo viaggio.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Prima di scendere: l’ultima canzone del mio viaggio.

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