Disoccupati: fannulloni, furbi e incapaci. Favole e frottole sugli Invisibili del Lavoro

Pronto a riallacciarsi le scarpe per il nuovo anno, AstrOccupati ascolta il “comodo” brontolio generalista sui disoccupati, le assurde semplificazioni di ebeti e webeti sul profilo psicologico delle persone senza impiego. Menzogne, pregiudizi e favole sulla categoria degli Invisibili del Lavoro sono un’occasione importante per riflettere non soltanto sulla Disoccupazione e sulle dinamiche del mercato italiano del Lavoro, ma anche, soprattutto, su alcune questioni “umane troppo umane” poste dal nostro Tempo: l’astio dello sguardo, la violenza del linguaggio, la nevrosi del successo e la sconfitta dell’educazione. Soprattutto sui social


Se non ti va di accendere la tv e schivare col telecomando le urla degli ultimi “opinionisti” nell’ultimo degli ultimi programmi sui temi del Lavoro, vai sui social. Facebook o LinkedIn è lo stesso.
È facile.
Prendi uno dei post dedicati al tema della disoccupazione, e leggi i commenti scritti dagli utenti. Io, l’ho fatto.

Leggendo le loro opinioni, è possibile non tanto commentare le notizie in sé, quanto estrapolare:

  1. un’opinione largamente condivisa su quale siae-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e, la personalità tipica del Disoccupato italiano e un’opinione largamente condivisa su quale siad-e-f-i-n-i-t-i-v-a-m-e-n-t-e, il comportamento tipico del Disoccupato italiano (come se fosse possibile);
  2. che cosa vuol dire, oggi, leggere, pensare, costruirsi un’opinione personale, commentare e scrivere;
  3. che cosa vuol dire, oggi, osservare la vita degli altri, “percepirla” e condividerla: in definitiva, la trasfigurazione contemporanea della συμπάϑεια  (sümpàtheia) = sentire insieme = la com-passione

La notizia dell’esperimento sul reddito di base: i commenti che ti aspetti

Bene. Sono andata sui profili social dei maggiori quotidiani nazionali che hanno pubblicato la notizia dell’esperimento sul reddito di base che, come sapete, coinvolgerà una parte dei disoccupati della Finlandia, e ho letto tutti i commenti degli utenti.

A molti di voi, credo, voi ragionevoli dico, dopo la lettura dell’articolo sarà subito venuto in mente un elenco delle cose che un disoccupato coinvolto in una ricerca attiva del Lavoro, potrebbe fare con del denaro. Ad esempio:

  • frequentare corsi di Formazione a pagamento che aumentino il livello delle sue competenze. Con delle conoscenze più solide e soprattutto aggiornate, in teoria il disoccupato diventa un soggetto professionalmente competitivo, in grado di presenziare nel mercato del Lavoro con un ruolo attivo, capace cioè di reggere la concorrenza;
  • frequentare corsi di Formazione a pagamento per accedere ad un nuovo settore del mercato del Lavoro, un’area che, previa indagine, ha una domanda e delle possibilità più ampie rispetto a quella da cui proviene;
  • investire in studio e spese che hanno come obiettivo la libera professione, obiettivo maturato a partire da un progetto di addio alla disoccupazione che nasce duna sola idea, questa: il lavoro non si cerca ma si attrae;
  • mettersi in proprio lanciando un’attività imprenditoriale;
  • sostenere le spese del “giro da circo” nelle città più “laboriose” d’Italia, iter necessario per consegnare il proprio curriculum nelle Agenzie di Lavoro, iscriversi nei Centri per l’Impiego, fare colloqui di orientamento professionale con consulenti di sportello, HR, docenti, frequentare corsi di Formazione gratuiti promossi per la Ricerca di Lavoro attiva.

In seconda battuta, è possibile che anche voi abbiate pensato alle conseguenze che un esperimento come quello finlandese produrrebbe in Italia. Se lo avete fatto, avete compiuto anche voi una lunga riflessione sulle insanabili contraddizioni del mercato del Lavoro italiano.

Ecco la mia. Immaginando di essere un beneficiario della forma di reddito base e di investirlo nella ricerca di lavoro attiva, dunque nella formazione con master, corsi e aggiornamenti, mi sono chiesta: è una scelta produttiva, sia per me che per il Governo? Non del tutto.

Perché la realtà in Italia è che, una volta finito il corso, una volta apprese le nuove competenze da “spendere”, le agenzie e le aziende prendono “difficilmente” in esame il tuo nuovo curriculum. Perché?

  1. Perché nel settore in cui ti sei appena formato (e per il quale, in previsione, avrai speso il tuo “reddito minimo garantito”) non hai sufficiente esperienza (tendenzialmente richiesta dalle agenzie, centri per l’impiego e aziende, è un’esperienza che va dai 3 ai 5 anni). Ma, dannazione, è chiaro che non hai sufficiente esperienza se ti sei formato ora! E, del resto, cosa avresti dovuto fare? Stare a casa, inviare cv online, fumare, mangiare e guardare serie tv tutto il giorno?
  2. Perché nel settore in cui ti sei appena “aggiornato”, quindi di base la tua area di competenza, sei “troppo vecchio”non hai l’età, baby: go to sleep!  

E dunque, in definitiva: Go to sleep Italy. Se un giorno vorrai darmi dei soldi per investire nell’aggiornamento e nello studio come arma per sconfiggere la disoccupazione, io ci sto, ma prima fai un’indagine seria sulla faccenda.  Anzi, ascolta, fai così: fatti un corso di formazione pure tu, Italia. Ne potresti scoprire delle belle-belle. 

Ecco. Quello che voglio sottolineare è che nei commenti sulla notizia dell’esperimento finlandese, e in generale sulle notizie a tema disoccupazione, mi aspettavo e mi aspetto solo commenti di natura polemica su questioni tutte italiane e REALI come quelle appena viste. Di commenti di questo genere ne ho trovati e ne trovo, ma sono pochi rispetto a….leggi un po’.

I commenti socialcompulsivi di ebeti e webeti

Ecco che cosa trovo e, nel caso della notizia del progetto finlandese, che cosa ho trovato: centinaia di commenti, diversi ma uguali, centinaia di utenti diversi, che però, incredibilmente, hanno la stessa, solida, uguale e implacabile idea su chi è, com’è, cosa pensa e come agisce un disoccupato italiano. Eccoli raccolti in una comoda lista:

  • L’HR: “Ricevendo denaro senza far nulla, abbandonerebbero definitivamente il mondo del lavoro“.
  • L’OPERATORE TURISTICO: “Eh sì. Si farebbero le vacanze“.
  • IL CITTADINO MODELLO: “Prendono già il sussidio di disoccupazione con cui campano da anni. E noi poveri fessi che paghiamo le tasse“.
  • IL CITTADINO MODELLO N.2: “Certo. E io qui che mi spacco il **** per una miseria. Fateli lavorare almeno. Ci sarebbero mille cose da fare, ma stare a casa pagati assolutamente no”.
  • L’INSEGNANTE, PROSSIMO MINISTRO DELL’ISTRUZIONE: “Mi spiace molto per i giovani e i meno giovani che non hanno lavoro o l’hanno perso, ma questa è una soluzione provvisoria. Bisogna che i giovani studino più materie tecniche e scientifiche. I posti di lavoro produttivi sono nell’industria, commercio, bar, negozi, pizzerie“.
  • IL COMMERCIALISTA E L’AMICO DI BANCHETTO IN PARROCCHIA: “In Italia no, per carità. Perché poi ci sarebbe quello che intasca i soldi e andrebbe a lavorare in nero e direbbe no all’assunzione. E chissà quanto altro si inventerebbe per stare attaccato al bonus“. E allora l’amico di banchetto della parrocchia gli fa: “Hai ragione, io ancora trovo gente che mi dice: ora devo finire di prendere la disoccupazione, poi posso essere assunto“.
  • IL SINDACALISTA: “Sarebbe lo stipendio medio di un operatore telefonico che lavora in call center. Ora, se lo diamo anche in Italia, chi darà poi all’operatore telefonico la volontà di alzarsi la mattina per andare a lavoro e guadagnare lo stesso di chi rimane a dormire?”.
  • IL RAMBO O LO STERMINATORE: “Siamo il paese dei falsi invalidi e dei dipendenti che si fanno timbrare il cartellino dagli altri. Pensa se ci fosse anche in Italia una cosa tipo quella finlandese. In Italia potrebbe funzionare solo se prima eliminano gli italiani dall’Italia“.
  • IL FILOSOFO: “Io non sono d’accordo. Qui i soldi li prenderebbero i disoccupati organizzati, cioè quelli che non pagano le tasse. Non se ne parla proprio. I soliti cretini: i dipendenti, costretti a pagare per tutti“.
  • IL LIFE COACH: “Se non cambia il contesto culturale, assisteremmo ad una massa di zombie che deambulano senza progetti e senza volontà“.
  • LA PSICOLOGA:“Ritengo che un eccessivo assistenzialismo non farebbe altro che invogliare i pigri ad esserlo ad oltranza. Incentiverebbe i furbetti pigri ad adagiarsi sul proprio status“.
  • MAGA MAGÒ: “Quale scenario si presenterebbe se lo introducessero in Italia? Una marea di finti disoccupati intenti a fare lavoretti in nero“.
  • L’ACCHIAPPAFANTASMI: “Dei tanti che dichiarano di essere disoccupati, una larga parte lavora in nero. In Italia diventerebbe un’entrata extra per chi lavora in nero, guadagna bene e non paga le tasse“.
  • L’ORGANIZZATORE DI EVENTI: “Così i nullafacenti non raddoppieranno, certamente triplicheranno…chi va a pesca, chi va a caccia, chi gioca a carte nei circoli politici, naturalmente a carico di chi nel lavoro campa realmente“.
  • DOTTORESSA PELUCHE: “Sono contraria! In una Nazione come l’Italia dove tra finti invalidi e finti lavoratori statali manteniamo già un esercito di parassiti!”.
  • STAKY: “Grande disincentivo al dolce far niente“.
  • LA BIMBAMINCHIA ANCHE DETTA “LA MISERICORDIOSA”: “Che si arrangino. Non è colpa mia se non hanno un lavoro. Vuol dire che non sono stati capaci di trovarsene uno o di tenerselo a dovere”.

Che ne pensi? Bello, eh?

Un tripudio di banalità, di opinioni gravissime, piene di indifferenza e di colossali bugie, un bagordeggio generalista sulla figura del disoccupato italiano, come se “disoccupato” fosse non il termine che indica una condizione esistenziale, la mancanza di occupazione, ma una categoria umana, una maniera di essere, una tipologia psicologica, una “specie” comportamentale che vive secondo LE STESSE regole, gli stessi vizi, le stesse comodità. Uguali per tutti, indistintamente.

MENZOGNE. Perché non tutti ricevono assegni e sussidi, non tutti sono a casa a far niente, non tutti deambulano con furbizia per il Paese, senza volontà, senza tenacia e senza progetti.

La prosa sociale sui Disoccupati: schiarirsi astio e voce

La prosa sociale che si schiarisce la voce con una tastiera o una chiacchiera da bar al bar sul tema disoccupazione, ci diletta non poche volte con materiale di questo genere.

Ora, non è certo mia intenzione fare la morale a nessuno, proprio io non potrei, ma soltanto sottolineare come tutto questo non scappa. E non a me, invisibile io tra milioni di io. Non scappa alla vita, alla sua ben più feroce ironia. Tanto per intenderci meglio, quel commentare indigna e fa ridere.

Indigna e fa ridere il commentare così tronfio e indifferente alla singolarità dei casi e delle storie che appartengono alle persone che non hanno impiego, come se i disoccupati fossero tutti uguali, tutti con lo stesso temperamento da baracconi, lo stesso assegno mensile, la stessa astuta “libertà”, le stesse ragioni, le stesse colpe, gli stessi pensieri da circo riscaldati dal sole e dall’ozio, la stessa divertita pigrizia, gli stessi finti spasmi, la stessa vile storia. Indigna e fa ridere la disinvoltura e il tono di sonante certezza con cui milioni di storie diverse vengano condensate in due battute. E allora, bisogna difendersi.

Bisogna difendersi dalle parole, bisogna difendersi dalle parole piene di indifferenza per la vita degli altri. Con pacatezza, certo, con moderazione, ma bisogna difendersi.

Ogni disoccupato ha la sua storia, spesse volte la sua incredibile, irripetibile e inenarrabile storia. Le cose che hanno in comune possono essere, forse, “solo” il senso di inadeguatezza, la paura del futuro, un sentimento abissale di vergogna abissale, una confusione che ti martella la testa e i passi, uno scoraggiamento infinito, una rabbia ingestibile. Ma anche questi sentimenti sono soggettivi, e dunque dipendono dal carattere di chi affronta questo difficile percorso che si chiama “disoccupazione.

Bye Bye astio: l’esercizio inattuale della tenerezza

Leggere le menzogne, i pregiudizi e le fandonie sulla categoria degli invisibili del Lavoro è un’occasione importante per riflettere anche, soprattutto, su alcune questioni “umane troppo umane” poste dal nostro Tempo: l’astio dello sguardo, la violenza del linguaggio, la nevrosi del successo e la sconfitta dell’educazione. 

Che cosa diavolo ci sta succedendo?

LA NOSTRA: L’EPOCA DEL CAMBIAMENTO. Da una parte siamo guidati (ossessionati) dallo Sviluppo e dal Progresso, incantati (e storditi) da una linea che va avanti, sempre: deve, non ci concede tregua. Abbiamo la necessità di progredire, stare al passo con le trasformazioni esterne – tecnologiche, etiche, politiche – e mutare molto di noi stessi. Quando non diventa nevrotico individualismo, cambiare rappresenta una grande opportunità: perché sperimentiamo, impariamo, cresciamo.
D’altra parte, lo stesso Cambiamento che ci guida e ci attrae, ci fa paura: l’impossibilità di stare fermi, di far “durare” le strategie che scegliamo per vivere la nostra vita, la necessità di mutare insieme alle cose che mutano, ci fa paura. Quando le cose cambiano sempre, tutto diventa incerto. Da qui, da quest’incertezza costante, l’astio: siamo sempre più amareggiati, sempre più risentiti. Da qui, la violenza: quando le nostre scelte si intrecciano ai grandi cambiamenti (disordini) politici che ci dominano come burattini, il nostro istinto di difesa si scatena. La nostra è l’epoca della Rabbia e della Paura. Della Violenza. Siamo costantemente terrorizzati, sospesi. 

APPARENTEMENTE TUTTO OK: STIAMO TUTTI BENE, SIAMO BUONI E BRAVI. Anche (soprattutto) la nostra esistenza online sembra perseguire, in maniera contemporanea, il dettato cattolico: ci riuniamo in “comunità” grandi e accoglienti come “Chiese”, partecipiamo con la nostra voce insieme ad altre voci (postiamo), coltiviamo rapporti col il “prossimo” (chattiamo), porgiamo l’altra guancia (condividiamo contenuti di “altri”), ma anche qui, su Facebook, LinkedIn, siamo “figli”, piccole spaurite pecorelle pronte a tirare fuori denti da lupo. Come con 10 Ave Maria, sui social basta premere qualche bottone per darla a bere, a noi stessi e agli altri, e ricominciare da qualche altra parte con i nostri comodi peccatucci. La morale nevrotica, superficiale, e dettata da un individualismo distruttivo, indifferente alla vita degli altri, è la stessa.

LA VERITÀ È CHE SIAMO TUTTI IMPAURITI E CONFUSI. La verità è che siamo solo umani. Siamo impotenti, siamo deboli, ci facciamo forza oggi con una strategia e domani con un’altra, e in una parte di noi stessi ci sforziamo costantemente di metterci al riparo da qualche possibile imprevisto, guardiamo le cose dal buio. Ci sentiamo costantemente minacciati.

I SOCIAL: L’IMBUTO DELLE PAURE E DELLE MANCANZE. E allora ecco che anche un semplice post sui social diventa una minaccia dalla quale tento di difendermi con ogni piega violenta del mio astio, del mio risentimento, della mia debolezza, dei miei rimpianti, dei miei sogni caduti, dei miei fallimenti che non ho retto, dei miei progetti ingoiati forse da una riforma che non ho scelto, forse da un evento imprevisto che lo ha spezzato, forse da scelte che ho erroneamente compiuto. E allora ecco che la rete diventa il pianeta sul quale posso dire ciò che voglio, essere ciò che voglio, sputare su chi voglio. In rete, la paura delle conseguenze è minima: premi “cancella” e tutto finito.
E allora ecco che i costi in termini materiali, politici, economici, etici e sociali che derivano dalla mancanza in Italia di una “Cultura” del Lavoro (ripeto, una C-U-L-T-U-R-A del “Lavoro”, non del “successo”), in rete diventano danni psicologici e umani molto pesanti da reggere: l’infantilismo e la mancanza di responsabilità, l’ossessione di comunicare, sempre, con tutti e a tutti i costi, il degrado umano generato da uno sfrenato egoTismo, da una sfrenata Presenza, la realizzazione personale fusa pericolosamente con la realizzazione professionale, la realizzazione professionale fusa con l’incredibile, tutta contemporanea, fobia di cadere, fallire, perdere

CHE COSA CI MANCA VERAMENTE. Manca la partecipazione onesta – tutto, spesso, è di una volgarità stupefacente. Manca la fiducia e il valore dell’Altro, un Altro uguale e diverso da me sul quale invece io punto il mio dito indice per giudicarlo – il suo Presente non mi interessa, figuriamoci il suo “destino”. Stiamo perdendo la capacità di gestire i rapporti con tenerezza – quello che importa è vincere, essere primi, punto a capo e ciao. Stiamo dimenticando il nostro impulso di “essere” e “diventare” senza l’esercizio della prevaricazione, dell’aggressività, del luogo comune, della generalizzazione, della maleducazione, dell’insulto, della voglia di far valere il proprio sentimento personale come una critica distruttiva di massa, senza l’esercizio del desiderio violento di annientamento. Boom.

Sarebbe bello avere meno paura, commentare con moderazione, vedere l’altro come un Altro e non come un avversario. Sarebbe bello portare meno buio e più splendore, meno crudeltà. Meno indifferenza e più tenerezza. Sarebbe bello avere più domande e meno risposte facili, più com-passione. Restare umani, con la consapevolezza che tutti, ma proprio tutti, abbiamo paura.

AstrOReporter: Valentina Chiefa


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4 pensieri su “Disoccupati: fannulloni, furbi e incapaci. Favole e frottole sugli Invisibili del Lavoro

  1. Fantastica la parte sui vari commentatori – è uno spaccato di società che conosciamo fin troppo bene: pronti a puntare il dito sul prossimo per ogni sciocchezza ma subito lì a implorare misericordia per le proprie colpe ben più gravi.

    Chissà quanti tuonano contro chi lavora in nero e magari si sono appena fatti fare lo sconto pagando senza fattura perché “tanto chi li vede”…

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