Le conseguenze psicologiche della Disoccupazione. Cause, menzogne, trappole, vizi e altre storie su quell’impoverito «sé»

Se non lavoro, non-sono e non-esisto. Senza il Lavoro crolla la coscienza che avevamo di noi stessi, non sappiamo più «chi siamo». Perché? Cosa c’entra la Professione con la Personalità? Quale rapporto siamo davvero capaci di costruire tra il nostro limitato Status sociale e la nostra illimitata Vita interiore?
AstrOccupati compie un viaggio per svelare origini e cause di certe assurde catastrofi psicologiche scatenate dalla Disoccupazione: tra miracoli, trappole, domande, inganni, vizi e menzogne su quell’«io-sono» che impoveriamo continuamente, la scoperta che affrontare il “lutto bianco” della disoccupazione significa compiere una dolorosa ma utilissima esperienza di smascheramento di se stessi


Con la Disoccupazione percepiamo di non-essere e di non-esistere: al posto del vecchio e comodo “Me” compare un Vuoto, i disturbi e i sintomi di quello stato di assoluta immobilità e assenza del «Senso» che qua e là nominiamo «depressione». Perché ci accade questo? Cosa c’entra il Lavoro con la Vita interiore, la nostra Professione con la nostra Identità? 

Oggi compio un piccolo viaggio. Attraverserò il disordine della faccenda utilizzando concetti, parole e definizioni di cui qualche volta muterò senso e iniziali, e una volta convinta, spazzerò via di nuovo tutto per ritornare al caos iniziale, ma con un umore nuovo. Prima di partire però, una breve precisazione.

Il tono di sonante certezza che troverete nei prossimi (lunghi) paragrafi non deriva dal fatto che certi “concetti” mi abbiano convinta, ma proviene da certe esperienze vissute e vere, certe cadute profondamente mie, stanze troppo piccole in cui mi sono infilata e da cui vi scrivo, lividi, segni che non passano, insieme però al crescere di un senso di responsabilità pesante e nuovo che mi sforzo ogni giorno di disegnare come una porta aperta al futuro, capace cioè di trasformarmi, allargando tutto ciò che sono. Al di là delle colpe. Ma adesso andiamo a scoprire:

  • certi utili Miracoli che ci accadono;
  • certe pericolose Bugie che ci diciamo;
  • certe rovinose Trappole in cui cadiamo per vizio, comodità, bisogno di sicurezza, impulso di vivere e abitudine, e che ci fanno a pezzi se perdiamo il Lavoro.

1. Lavoro e benefici psicologici: la Maschera sociale, l’integrazione e la coscienza di esistere 

Per partecipare ai banchetti della società è necessario indossare una Mascheraquella parte di noi stessi che per comodità espositiva viene spesso definita (ad esempio nella psicologia analitica junghiana) «Persona». 

Del nostro sconfinato e complesso «sé» (= chiamiamo “sé”, qui, la nostra Personalità totale), la «Persona» costituisce solo il nostro “status sociale”, il ruolo che esibiamo nelle relazioni col mondo e con gli altri, la nostra immagine pubblica. La «Persona» è l’abito mondano, l’involucro esterno che mostriamo agli altri: la maschera, appunto.

La «Persona» o «Maschera sociale» è di noi, dunque, l’insieme di quei sentimenti, pensieri, qualità, maniere, comportamenti e atteggiamenti con i quali ci vestiamo per rispondere, agire ed entrare in relazione con l’ambiente in cui viviamo. Fra questo insieme di modalità ci sono naturalmente i nostri ruoli, titoli e abilità professionali.

Il Lavoro, dunque, fa parte della «Persona», e contribuisce alla costruzione e all’agire della nostra «Maschera sociale». 

Ora, lMaschera-Persona ha una funzione psicologica importantissima:

  • ⇒  La Maschera è indispensabile per il nostro benessere psicologico perché permette l’integrazione sociale

    Come “Individui” ci risolviamo non soltanto rispondendo al dettato delle nostre emozioni private, ma anche relazionandoci con le esigenze prescritte dal nostro essere-nel-Mondo, praticamente con tutto quell’insieme di tradizioni, regole, valori, convenzioni, costumi e norme di una collettività, la società “umana”, a cui siamo legati “costituzionalmente”: siamo esseri “umani”. Ci sentiamo veramente “a posto”, infatti, quando affrontiamo non soltanto le esigenze del mondo interiore, ma anche le esigenze del mondo esterno, se cioè rispondiamo anche alle sfide dettate dall’ambiente umano, sociale e culturale che ci ospita e che ci appartiene.

    Ci sentiamo bene quando ci scateniamo, trasgrediamo le regole e facciamo quello che davvero ci piace, e alla stessa maniera ci sentiamo bene quando le scelte che compiamo vengono accolte, comprese, accettate, quando percepiamo di essere parte di una collettività. Il tipo di piacere è diverso ma il grado di gratificazione è ugualmente intenso.

    Questo significa che la nostra libertà deve necessariamente interagire con i desideri, gli impulsi e le emozioni veicolati dalla nostra parte profonda, e allo stesso tempo con i valori, i pregiudizi e le regole veicolate dalla società in cui viviamo, perché, di fatto, è la società il PALCOSCENICO e la condizione di possibilità in cui la nostra azione, la nostra individualità, anche quella più profonda, può esibirsi e avere luogo

  •  ⇒ La Maschera è indispensabile per il nostro benessere psicologico perché ci protegge

    Ci difende dalle violenze, dai fraintendimenti e dalle prevaricazioni di un mondo che ci farebbe a pezzi se fossimo “nudi”. Il mondo ci annienterebbe se ci presentassimo senza difese, senza filtri né freni, senza mediazioni né “maniere”, se facessimo la nostra apparizione svelandoci solo per le nostre esigenze irrazionali, mostrando senza filtri le nostre agitazioni emotive, le spinte barbare, le nostre buie e antisociali meschinità, se ci presentassimo con tutta la nostra innocenza e la nostra purezza extraterrene. Saremmo continuamente fraintesi, derisi, schiacciati, temuti. Ci farebbero a pezzi, gli altri e il mondo. E lo faremmo anche noi. Continueremmo a fraintendere, deridere, criticare, sporcare o sognare il mondo, anziché vederlo e provare a viverlo per come è, stabilendo con lui una qualche relazione.

  • ⇒  In conclusione, la Maschera contribuisce a raggiungere quell’equilibrio così indispensabile per il difficile progetto del diventare se stessi

    «Equilibrio» significa affrontare le nostre richieste emotive più profonde ma anche i compiti che, di volta in volta, la realtà esterna ci chiede di risolvere. Per questo la Maschera è così importante. Adattarsi è una procedura sana, e la Persona-Maschera ci aiuta a mediare tra noi e il mondo, ci permette di regolare gli scambi tra le esigenze dell’ambiente interno (la nostra individualità autentica, i nostri valori, impulsi e desideri unici) e le esigenze dell’ambiente esterno (la società, i valori e le norme del mondo e degli altri).

Se questo è vero, e se è vero che il Lavoro fa parte della Persona, è chiaro quanto esso sia importante e decisivo per la costruzione della nostra Identità, e per la nostra salute: il Lavoro ci fornisce un palcoscenico vivo e attivo dove poter esplorare, sperimentare noi stessi, e uno scudo con cui difenderci.

2. Lavoro e vizi psicologici: le menzogne, le infatuazioni e la super-coscienza di essere

Fuori dal concetto e infilato nella vita vera, l’equilibrio descritto è un obiettivo difficilissimo e faticoso, talmente faticoso che possiamo quasi considerarlo una chimera. Risolversi totalmente, diventare “rotondi”, è quasi impossibile, com’è impossibile, nella pratica del vivere quotidiano, distinguere le richieste interne da quelle esterne o individuare “un” interno e “un” esterno. La verità è che tutto è mescolato.

Il mondo è caos e disordine e se “siamo”, siamo fili disordinati e dinamici, un groviglio slacciato e scombinato di energia che è difficile contenere, portare a spasso e raccontare. Ma tocca vivere, giusto?

Per un impulso alla stabilità, per un bisogno di ordine, per comodità, per un sano istinto alla vita, per sopravvivere, per un principio di realtà, per la necessità di sentirci compresi, accettati e amati, per riuscire in qualche maniera a “camminare” rendendo la cosa un po’ più facile, andiamo a caccia di “contenitori” capaci di raccogliere e ordinare sotto un titolo chiaro e condiviso le infinite e dinamiche spinte che ci abitano, per dire «io», dire io sono “così”, “questoe “quest’altra cosa”.

Il lavoro è uno dei contenitori che scegliamo, e funziona proprio da scatola: raccoglie e dona una voce unitaria, stabile e coerente al disordine mobile della nostra vita interiore. Dice IO (sceglie un filo tra i fili che siamo) e dice SONO (ferma il movimento continuo di quegli impulsi che ci abitano).

Come se questo non fosse già una mossa pericolosa, spesso e inconsapevolmente ne facciamo altre due:

  • CADIAMO NELLA TRAPPOLA DEL “PER SEMPRE TU”. Tentiamo di comprendere e definire una volta per tutte e stabilmente “chi siamo”, come se fossimo “una cosa” permanente e continua, sempre uguale a se stessa. Che farsa surreale, che grossa menzogna. Peraltro una menzogna pericolosissima visto che tutto ciò che, di noi, decidiamo di non infilare nella scatola, non muore, ma si conserva “da qualche altra parte”, al buio.
    LE CONSEGUENZE: ciò che abbiamo escluso si atrofizza, e ci presenta il conto bussandoci alla testa con qualche scomodo disagio, o si carica, investendoci in maniera improvvisa e brutale di un’energia tanto accesa e negativa quanto acceso era il buio.
  • CI IDENTIFICHIAMO CON LA SCATOLA-LAVORO. Costruiamo una Rappresentazione di noi stessi stabile e definitiva indossando la Maschera sociale. Che significa?  Significa che ci identifichiamo TOTALMENTE con quell’insieme di atteggiamenti e modalità che di noi rappresentano SOLO la Persona, e ci convinciamo di “ESSERE” IL NOSTRO RUOLO, sociale e professionale. La Maschera sociale e il Lavoro, invece, “rappresentano” SOLTANTO il nostro-essere-nel-mondo, NON il nostro essere. Il linguaggio con cui ci esprimiamo ogni giorno testimonia quanto sia diffusa l’identificazione: non diciamo “Io FACCIO l’imprenditore” ma “Io SONO un imprenditore”.
    LE CONSEGUENZE: Come non è sano liberarci dal mondo sociale, vagare in esso senza alcuna difesa, disadattati e isolati, allo stesso modo non è sano identificare tutto-ciò-che-siamo, il nostro sconfinato «sé», con l’insieme limitato di atteggiamenti, maniere, valori, credenze che compongono la nostra Maschera sociale. Ma perché? Perché finiremmo per soffocare la nostra individualità autentica. E poi perché, se franasse la Maschera o addirittura perdessimo il Lavoro, perderemmo tutto. Sarebbe, la catastrofe.

3. Disoccupazione e cadute psicologiche: il crollo del «sé» e l’incoscienza di esistere

La perdita del Lavoro provoca un terremoto nel Pianeta-Persona. Crolla la Maschera e cade quel palcoscenico così decisivo per esplorare e sperimentare chi siamo. È uno stravolgimento davvero molto doloroso. Quali sono le conseguenze?

  • Se al Lavoro abbiamo affidato il compito di definire solo UNA PARTE di noi stessi, per quanto sia doloroso e difficile da affrontare, ci rimane “tutto il resto” di noi, quegli altri “contenitori” che non abbiamo mai smesso di tenere in vita e che, soprattutto, non abbiamo mai irrigidito. Proprio grazie a questa flessibilità, possiamo ricominciare approfondendo alcuni aspetti fondamentali di noi e, a partire da questi, spingerci verso nuove avventure, professionali o private.
  • Se al Lavoro abbiamo invece affidato il compito di definire e “contenere” TUTTO quello che siamo, anziché di “rappresentarne” solo una parte, è chiaro che, sparito il Lavoro, sparisce il “noi”, la nostra coscienza di essere qualcosa e di esistere: non ci resta che il nulla. Siamo caduti nel tranello e abbiamo permesso al lavoro di portarci via praticamente tutto.

Questo spiegherebbe il perché con l’aumento del tasso di disoccupazione aumenta la percentuale dei casi di ansia, attacchi di panico, depressione, perché aumentano i servizi di supporto psicologico come sportellicicli di incontri organizzati dai centri per l’impiego di molte città, e soprattutto spiegherebbe l’aumento costante dei suicidi: e questo non è un dato, maledizione, è una cazzo di catastrofe. 

A comporre il quadro delle informazioni statistiche sul mercato del lavoro redatto e diffuso periodicamente dall’Istat ci sono dati, stime, rilevazioni, elaborazioni, tassi e percentuali che parlano di Lavoro e occupati, di disoccupati che si mobilitano per la ricerca, di disoccupati-inattivi, disoccupati che si arrendono al non-senso, dati e stime che coinvolgono il Nord italiano, le isole, il centro e il Sud, e dentro la fotografia razionale dei numeri ci sono le Persone, la loro invisibile disperazione: le loro storie di “senza-Io“.

Disoccupati: la classe degli invisibili “senza-“. Ed è questa la tragedia: perdere il lavoro e credere di non essere niente, di non esistere. 

4. La Disoccupazione e il dolore utile dello smascheramento, contro l’impoverimento del «sé»

Viviamo la nostra vita portandoCI a spasso come si porta a spasso un cane dichiarando a tutti “Ecco, guarda, QUESTO sono IO”, “Eccomi qui, ESISTO così”. 

Mi si accavallano in testa, tra le altre, le parole di Hume, Schopenhauer, Kierkegaard, gli schiaffi di Nietzsche, la voce profonda di Sartre, i paesaggi di Leopardi, mi volano in testa gli studi di Jung, le battute assurde di Čechov Pirandello, i precipizi di Pessoa, Svevo, Kafka, mi appaiono dal buio certi manichini e scherzi di Dalí, Magritte, Pollock, de Chirico, e tutti mi ripetono: ma cosa diavolo stai cercando? Il tuo io-te-sé-anima-spirito-interiorità-personalità? Ma dai, scherziamo?! Tu cerchi dei nomi, ti stai bastonando a suon di suoni i pensieri, e basta: quel che cerchi, non esiste.

Non esiste alcuna cosa o sostanza che sia di te assoluta, immobile e unitaria. Tutto quello che sei è disordine, landa irregolare e infinita attraversata da altre irregolari e infinite lande che non hanno nome, limite, scopo. «Tu»  è pura convenzione che con la sua razionalità non c’entra nulla con la tua radicale, difficile, dolorosa ma creativa e stra-ordinaria irrazionalità.

«Tu» è solo una battuta scritta su un foglio pieno di frasi che si susseguono in maniera illogica, un verso imparato a memoria per dire al centro di un grosso palcoscenico “Eccomi qua, io sono IO“, è un’alzata di voce per contrastare l’angoscia provocata dall’insensatezza di tutto, è il tuo impulso di vivere, di comunicare superando la percezione di essere solo, sempre, dappertutto. «Tu»  è la tua maniera di dimenticare la tua radicale e costituzionale insufficienza dello stare al mondo, il tuo innato bisogno di sentirti al sicuro immerso come sei in quell’assurda libertà di potere tutto e poi di non potere niente, di percepire che in qualche maniera “sei”, né spaccato né in frantumi né vuoto nulla, ma uno, chiaro, diritto, limpido, fermo, pieno, stabile, semplice, che ha un nome altrettanto semplice e pieno, diritto: “Tu”.

Questo è ciò che ci insegna la Disoccupazione. Che «Tu», «Io» è solo un’imbarcazione, un giocattolo.

Non c’è Lavoro che ci tiri fuori da noi stessi perché non c’è alcuna “identità” immutabile e imbrigliata da steccati che possa davvero rappresentarci in tutte le nostre sfaccettature. Se siamo qualcosa, siamo moltissimo, ed è un moltissimo assolutamente indefinibile, in continuo cambiamento, largo, potentissimo. 

Dormiamo e fingiamo di essere svegli, tutti. Vaghiamo portandoci a spasso le nostre potenti scatole, mentre ciò che siamo è solo un movimento leggero e continuo di immagini sconnesse che possiamo solo fingere. La Vita, è teatro.

5. Quello stupefacente caos che è la Vita: il giocattolo perduto, code di gatti, tu, io, i bambini e la ricerca di Lavoro senza-Io

Ti ho deluso, lo so. Il fatto che tu abbia preso una scatola per un’altra e che il tuo «Tu» possa essere una grande fandonia, non ti risolve certo i problemi pratici che adesso hai: soldi, soldi, e soldi, bollette, zero entrate, zero uscite, zero progetti, zero viaggi, vacanze di natale pippa, e allora ciao-che-fai-non-esco-no-non-ho-soldi-non-vengo-ma-che-palle. Lo so, conosco molto bene la faccenda. E allora forse mi scriverai una lunga lettera e sarai arrabbiatissimo con me, mi consegnerai un lunghissimo e arrabbiatissimo elenco di ragioni antifilosofiche per le quali il tuo Io esiste eccome.

Mi dirai che sta lì con te il tuo «Tu» (o anche detto io o Io o o o anima o mente o interiorità o Personalità o Spirito ….anche se…ok scusa, la smetto). Che sta lì con te il tuo «Tu», lì con te che pensa, dorme, lavora, ha sete, fame, studia e vuol far l’amore. Mi dirai che dorme nella cameretta di casa dei tuoi dove sei tornato a vivere tra Cicciobello e il pupazzo di Spiderman, i quadernetti delle elementari che tua madre ha conservato per la tua futura nostalgia, quelli con le pagine piene di a-a-a-a-a-a-a-a, e ancora A-A-A-A-A-A-A. Mi dirai che il tuo «Tu» esiste perché ha voglia di viaggiare, andare a cena fuori, bere cento Vodka Tonic, prendere una casa tutta tua. Che il tuo «Tu» sta là che pensa e viene pensato, là che cerca e viene ignorato, là che progetta e cade, cade e viene imbrogliato, là che si rialza e si entusiasma per un giorno, per una consapevolezza e una speranza nuovi. Ti ho deluso, lo so: come diavolo mi sono permessa?

Come ho potuto rispondere ai tuoi buchi con altri buchi, alle tue deviazioni con altre deviazioni, alla tua fame con le parole? Come ho potuto cercare un’interpretazione con altre interpretazioni della vita? Come ho potuto poi sbatacchiarti di qua e di là con una storia assurda che racconta che vivevi sospeso e sei solo caduto, che esisti e poi che non esisti? Che fingi? Che hai confidato troppo nella bolla d’aria che ti teneva a galla? Che non devi più metterti in testa di essere «Tu» e che devi smettere di cercarti? Lo so, hai ragione, però non ti arrabbiare. Apprezza, se puoi, il fatto che intanto non ti ho sbombato con un elenco di consigli alla cazzo su come venir fuori dalla tua depressione, tipo le citazioni dei su citati o tipo certe obiezioni filosofiche bollenti come frittelle o certe cantate di personal branding ai problemi di reddito. Ascoltami un po’. Io lo so che non è facile. 

Forse la Filosofia non paga i nostri debiti, ma ci aiuta a pensare, liberando in noi delle domande che ci mettono a caccia di risposte utili, ci svuotano da certe trappole, ma soprattutto ci tirano fuori dal letto nel quale siamo incastrati da giorni e giorni perché ci sentiamo un nulla. Forse la Letteratura non paga i nostri bellissimi progetti per il futuro, ma ci aiuta a pensare che tutto, tutto, è ancora possibile. Le storie ci insegnano che la vita è assurda, vero? E che cosa significa? Forse, che tutto è ancora possibile. Forse. Lo giuro, caro **, non ti ho imbrogliato, perlomeno non alla maniera che intendi tu. Semmai l’ho fatto alla maniera delle cose vive, quelle che ci precipitano addosso e non si capiscono. Ecco, le cose vive. Una follia assurda e ingestibile, che nonostante tutto abbracciamo e ci abbraccia.

Io penso a te come si pensa una landa sconfinata e subacquea dove abitano qualità, pensieri e azioni, progetti, ferite, ricordi, gioie, domande, risposte che nuotano sempre, cambiano sempre, ti lasciano e tornano, per sempre. Tu non sei solo il tuo lavoro, ma infinite cose che ancora non conosci. 

Vedi? Il fatto è che ce lo portiamo a spasso come una coda quell’«Io», no?, mentre la vita nella quale passeggiamo dovrebbe liberarci da ogni coda, guinzaglio, cani, gatti, pappa e pupazzetto di noi stessi. 

Caro **, immaginando il grosso fastidio che ti ho provocato e sentendolo proprio mio (mio? Io? Bò), sono caduta di nuovo. E mentre mi rialzavo di nuovo confusa ho trovato che tutto è davvero un’illusione stupefacente, davvero, proprio stupefacente e insensata – io, tu, la ricerca di lavoro, l’instabilità, l’affanno per la costruzione dell’identità personale, le case, i mutui, i litigi con i genitori che non ci comprendono, i nostri compagni che forse ci credono dei pazzi, i nostri amici che forse ci sostengono, la parola fine, la parola fallimento, le parole progetti, sogni, tenacia. Che stanchezza, però. Che confusione incredibilmente bella, però. Ora, non so a te, ma a me questo pensiero in qualche maniera, ecco, mi fa bene, mi sento un po’ meno spaventata di prima, respiro. Questo vuoto non è vuoto per niente. 

E allora. E allora forse, dico forse, se il lavoro è sparito e lo cerchiamo come un gatto che cerca la sua coda tra gli altri gatti, ci faremo più male di quanto già non ce ne faccia il mondo.

Mi giro da questa parte nella mia stanza e c’è un bambino qui, un bambino che amo senza fine, profondamente. Lo guardo mentre gioca e penso che forse, ecco, bisognerebbe cercare lavoro così, come i bambini quando perdono un giocattolo e lo cercano – loro lo sanno che è un gioco, un gioco tutto quanto: sia il giocattolo che stanno cercando, sia il loro stesso cercare. La paura, quando si gioca, fa meno paura. 

Altro, non so. Marinaio con la mia piccola barca io, e tu con la tua: non facciamola affondare. Piuttosto, parliamone. Non molliamo. Parliamone, condividiamo. 

AstrOReporter: Valentina Chiefa


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12 pensieri su “Le conseguenze psicologiche della Disoccupazione. Cause, menzogne, trappole, vizi e altre storie su quell’impoverito «sé»

  1. Ciao Vale!
    Hai picchiato forte forte anche a ‘sto giro, eh?
    Brava!
    Pero’ ci tengo a precisare che non sono ne incazzato ne deluso.
    Anzi.
    Personalmente ti autorizzo a far esplodere tutte le mie (?) certezze quando vuoi facendo quanto più rumore possibile.
    Che poi diciamoci la verità, quando si fa esplodere qualcosa che non esiste, danni non se ne fanno.
    Anzi.
    È sempre un bello spettacolo.
    Tipo i fuochi d’artificio.
    Ma lo sai che mentre leggevo mi hai fatto venire in mente una canzone di Gaber?
    Anzi.
    Confesso: mi è venuta in mente così prepotentemente che mi è toccato interrompere la lettura, ascoltarmi la canzone, fumarmi una sigaretta e poi riprendere a leggere fino alla fine.
    Non so se la conosci, la canzone si chiama “il comportamento”.
    Qui il link: https://www.youtube.com/watch?v=ukk2p84WLaE
    Merita.
    Anzi.
    Ne vale la pena.

    🙂

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    • Mi chiedo come mai questa stupenda e straordinaria canzone non sia mai passata dalle parti di “Io” e “Me”. Perché? Perché non la conoscevo? Quindi boom-pem Federico, hai fatto un bellissimo fuoco d’artificio qui su AstrOccupati, oggi. Grazie, grazie, grazie a te. E grazie per quello che scrivi. Vista la tua autorizzazione, cercherò di fare presto dell’altro rumore – che chissà. Chissà che non sia utile per pensare a come riallacciarci i piedi dopo certe grosse cadute. A presto AstroWebnauta!

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  2. Che dire, mi hai ipnotizzata come al solito, mi hai incollata allo schermo facendo scorrere le tue parole nella mia mente, sollecitando pensieri, emozioni e grandi riflessioni. Innanzitutto complimenti, perché riesci sempre ad affrontare argomenti non semplici, rendendoli entusiasmanti e affascinanti. Mi sono immedesimata molto in ciò che hai scritto e sono tutte cose verissime. Purtroppo viviamo in un mondo in cui la convenzione sociale regna sovrana, bisogna ESSERE in certi modi solo perché la società pensa che sia giusto essere in quei modi. Bisogna COMPORTARSI in modo tale da conformarsi con la massa ed essere così, accettati. Non per quello che si è, ma per quello che si appare. La disoccupazione ti fa sentire vuoto, come dici tu, inferiore, non all’altezza della situazione e del mondo, un mondo che va così veloce, tanto da lasciarti indietro senza più tenerti in considerazione. La vita è improntata in questo modo, SEI ciò che FAI e la gente ti giudica principalmente da questo. Prova a domandare a una persona che incontri per strada come sta o cosa ha da raccontare e il primo argomento che le verrà in mente sarà riferito alla sua professione, alle vittorie o ai problemi che ne derivano. Non dovrebbe essere così, bisognerebbe soffermarsi a pensare che il lavoro, ciò che si fa per vivere, deve sì essere una parte di sé e una passione, ma una PARTE. Il resto, il vero io, è qualcosa di diverso, di intrinseco, pronto a venire fuori, bisogna essere solo disposti a farlo emergere. Forse è per la paura di non averne il controllo o forse si è poco interessati a studiarsi profondamente perché tanto il mondo, le persone, non andrebbero mai così oltre. Hai proprio ragione, su tutto, soprattutto mi è piaciuta tanto l’ultima parte: sarebbe bello riuscire a cercare lavoro come quando un bambino cerca il suo gioco perduto. Con serenità, tranquillità e con la piena consapevolezza che si tratti effettivamente di un gioco, per essere in grado di vivere con meno paura.
    E dopo aver scritto questo poema, ti ringrazio ancora per avermi fatto riflettere ed emozionare ancora una volta.

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    • Grazie a te, come sempre, per aver letto con così tanta partecipazione, grazie per le riflessioni così piene di vita vissuta e vera, e le idee che hai scelto di condividere qui. Quanto alla “faccenda” (l’investimento emotivo nel lavoro e la costruzione dell’identità), sì, io credo che sia davvero tutto un gioco, dove per “gioco” intendo proprio quell’atteggiamento di leggerezza e flessibilità, quella disponibilità al cambiamento tipica dei bambini. Piangono e smettono, cadono e si rialzano, prendono tutto sul serio ma sul serio ricominciano, ogni volta, sempre. Come scrivo nell’articolo, e lo scrivo a seguito di grosse, quasi imperdonabili cadute emotive, io penso che il lavoro sia davvero importantissimo per quel “processo” del diventare se stessi, credo sia una fetta davvero fondamentale, per tutti, proprio perché è, come scrivo, uno dei contesti che abbiamo a disposizione per conoscerci e viverci. E il fatto che io abbia messo in piedi questo blog lo dimostra bene. L’errore secondo me sta solo quando assolutizziamo questo rapporto “intimo” col lavoro, sta nel considerarlo come l’UNICA piazza nella quale ci è possibile partecipare “al gioco” della vita ed essere “chi siamo”. E questo no, è sbagliato e fa male. Anche perché poi, almeno per me, dire definitivamente “chi siamo” è impossibile. Certo, è difficile trovare un giusto equilibrio, ma bisogna tentare. Grazie a te. Davvero, tanto. v.

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  3. Ciao Vale intanto auguri, come lettrice ho assaporato ogni riga scritta con sapiente maestria non tralasciando nulla di quei passaggi crudi e a volte crudeli che tanti di noi affrontano, la parte con la quale sono totalmente d’accordo è che se diventiamo una cosa sola col lavoro e questo ci abbandona non ci sentiamo più nulla… ai miei clienti accade spesso troppo spesso.. Come professionista è per questo che parlo di clienti prima ancora che di amici, penso che il lavoro serva per vivere ma la vita unica, irripetibile, bella, brutta, sofferta, gioiosa sia la nostra e pertanto, vado sempre dicendo, che siamo noi gli artefici e quindi le cose possono cambiare. MAI MOLLARE MAI PERDERSI restiamo vigili la vita è la nostra!!
    Complimenti

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    • Grazie Barbara. Già, non è facile. E non è facile non mollare perché, come racconto, il lavoro è “uno” dei palcoscenici di cui abbiamo realmente bisogno per sperimentarci come esseri umani, vivi e sociali. Per questo, identificarci col lavoro è un “peccato” facile da compiere, e soffrire quando non c’è, è un dolore assolutamente comprensibile. Bisogna essere vigili, allora, moltissimo. Lo dico e lo scrivo per esperienza. Grazie Barbara, e buon anno. Anzi, ti auguro un anno splendido. Un abbraccio, e sentiamoci presto.vale.

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  4. Bell’articolo! Grazie! La realtà psicologica viene irresponsabilmente sottaciuta. Solo statistiche e numeri. Siamo energia e se la volontà di Nietzsche o Shopenauer non si incanala in qualcosa di costruttivo, o implode o esplode.. e poi so c… zzi per tutti perchè c’è un filo sottile ma resistente che ci lega tutti prima o poi a tutti i livelli sociali…
    Continua così!

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