Il colloquio di lavoro

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Mario che, tra pensieri e arrovellamenti, oggi, ha un colloquio di lavoro


La punta del piede dondola, su e giù. Su, giù.

Sullo schermo silenzioso sistemato qui in alto, volti neri in mezzo a tanti volti neri. Mentre me ne sto qui seduto come una pietra li guardo, i ragazzi che remano l’anima su un barcone, il mare delle 23:42 che li tortura, su e giù, su, giù. Mi sale il mal di mare, una nausea di sale, di speranze, tanfo, il futuro che ondeggia alla bocca dello stomaco. Vado in bagno e sbocco centimetri di domande. 

Per chi volta a destra dopo il corridoio centrale al secondo piano, io sono quello con la giacca blu, sono seduto da solo, martello la coscia con la mano, sono quello che suda, mi fissano, sono il bianco smilzo con la barbetta che stringe gli occhi come un coglione, li fisso, sono quello col fienile giallo in testa. Mi chiamo Mario e sto seduto qui. Fienile contro fienili, io aspetto. Aspetto il mio turno per il colloquio di lavoro.

Qui, sulla nostra stupida nave, siamo tutti ubriachi. Veniamo dalla città, siamo vestiti bene. Problemi di soldi? Sì, certo, e cazzo se non abbiamo un euro, mi mantengono mamma e papà. Penso a loro che remano l’anima ogni giorno anche per me, una nausea di speranze e di nuovo in bagno che sbocco centimetri di colpe. Per fortuna ho le salviettine.
Veniamo da una pacca sulla spalla, un abbraccio, venti “in bocca al lupo”, hai preso il caffè?, “spacca” e “merda” allungati sul telefonino, ma non mangi niente? No, sto una merda Ma’, grazie di tutto, davvero Ma’. Ma non fare il cretino. Voglio fare qualcosa per voi. Non scherziamo. Non scherzo ciao Ma’. In bocca al lupo amore ciao amore coraggio amore mio. Coraggio, Mario.
Siamo distrattiLa disattenzione è il nostro cupo e ridicolo lago delle 23:42, una pozzanghera annunciata dalle nuvole fredde di una segretaria che fa l’ape, spunta dalla stiva e ci punge con un nome: avanti un altro e “pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa“.

Siamo convinti. Niente da dire ma abbiamo una strategia. Niente da dichiarare ma abbiamo una convinzione, sì piacerà, piacerò, è sicuro. Niente da ricordare ma abbiamo studiato dei punti, abbiamo un disegno, un piano equilibrato, tutto ok. Poi per favore metti in modalità off il telefonino, vai in bagno, ma quei dannati peli del naso, sto sudando?, la mano sotto il mento no, la mano in tasca, sì eh la destra, accavalla la gamba, no non accavallare quella gamba, fai così: una moderata allegria, invincibile convinzione, niente emozione nessuna protesta, nessuna rinuncia nessun fallimento, forse un commento sulla struttura? Ma felice per lei che è qui nel suo studio – conchiglia nel mare, uccello nel cielo, felice per lei. Pesce nella bolla, calzino nella scarpa – tutto logico, tutto perfetto. Felice per lei, direttore.

Siamo contorti. Se non fumo sclero ma se fumo puzzerò di fumo. Allora dai non fumo – mi dico mentre fumo. La mentina recita un carattere risoluto per la mia faccia, un’aria da invincibile. E invece quando torno a sedere aspetto i nomi come uno che si è giocato dei soldi e aspetta. Come nella sala da biliardo di Ciccio Mezzanotte, con le sigarette e gli alcolici coperti da un asciugamano sotto il bancone, o come il marito sudato di Silvana che aspetta la sua puttana e Silvana lo sa; come chi in autogrill aspetta che tu abbia finito di pisciare per ripassare il pavimento e poi “prego, non si preoccupi”, coglione, hai impiastrato di nuovo tutto con le impronte; come quando aspetta suo figlio e non arriva, e si addormenta col grembiule; come quando ero bambino e aspettavo il mare, l’estate dei mal di pancia, delle delusioni per colpa mia, aspetto. Aspetto qui.

Siamo mascherati. Siamo tutti in attesa col fiato sospeso, fingiamo una grande tranquillità. Io ho preteso di fare il colloquio fiducioso ma senza tante speranze, di restare attaccato alla sedia fingendomi distaccato, di alzarmi senza guardare nessuno, guardare la strada dalle imponenti finestre di questo palazzo incredibile, mai visto uno così, e sorridere a tutti mentre la segretaria finge di lavorare al pc e ogni volta che mi alzo mi fissa. Beh, ti fisso pure io. Ma, lo ammetto, nessun problema stronza, lo ammetto, e io so come si fa ad ammettere che questo colloquio mi fa veramente paura – che coglione però, mi spavento per un niente. Ci guardiamo sulla camicia, gli occhiali sporchi, le scarpe, sempre le stesse per tutti i colloqui, in cerca di un difetto che sblocchi il nostro destino, un indizio che ci rassicuri sul fatto che prenderanno noi. Prenderanno te. No, prenderanno me. Sono disoccupato da più tempo, io. Ho più bisogno di soldi. io. Che macchina c’hai tu? Io non ce l’ho. Specializzazione? Due. Tu? Ma dove? Ah, ho capito. Tanto la sua non vale, prendono noi. Te. Me. Sì, e cazzo se prenderanno me.

Ci siamo. L’ape si alza, l’ape entra, l’ape esce, avanti un altro. Avanti Mario. 
E avanti.

Qui, sulla nostra stupida, stupida nave, siamo tutti arrovellati e innocenti, non siamo più guardati e scritti dal mondo, ma siamo noi il mondo – guardiamo e scriviamo certe linee che siamo noi, mentre guardiamo, guardiamo e facciamo il mondo. Quaranta minuti coi piedi e la faccia contratta perché faccia meno male e invece fa male e basta. Fa ridere e basta. Che poi non ridere, tutto questo non è vero, non è vero niente. A quest’ora mio nipote è a casa che gioca, a casa dei miei sì, è lì tutto arruffato che mi aspetta. Mia nonna pure lei vive a casa mia, starà guardando la televisione dopo aver rovistato tra le mie cose nella mia stanza, mai capito cosa cerchi, ma lei crede nelle cose che ricompaiono. E poi mia madre. Mia madre, che starà interrogando la vicina sulle ultime delle ultime sulle ultime offerte. Mentre mio padre sta di là. Che chissà cosa pensa.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

§  Storia Acquatica n°10
AstrOProtagonista: Mario
Trentadue anni.
Laureato in Biologia.
Disoccupato.
Odia gli spioni.
Ama leggere a letto la domenica mattina d’inverno con la radio e la tv accese. Tutt’e due insieme. Così dev’essere e basta.


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COPY: SLEEPING PILL
Copiare è un Sonnifero molto potente. Addormenta la tua unicità: l’impeto vitale acceso, la tua Voce, il tuo modo di raccontare la vita. Ti procura poi un mucchio di effetti collaterali: bocca secca, perdita di appetito, vertigini, danni alla memoria. Ne vale davvero la pena?
Non copiare le Storie di AstrOccupati. Tieni sveglia la tua Voce.

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