D’estate

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Luca, che decide di mettersi in proprio. Molla l’università, e apre un bar


Fu l’oroscopo di Vincenzo. Lo smidollato attaccò una delle sue sproloquiate da whisky al bar dell’università, uno di quei bar da quattro soldi col frigorifero sempre aperto dove i gelati di chissà quale scaduta estate fa, si deformano in compagnia delle mosche. Storpiate dalle noccioline, le sue parole mi vollero annunciare che Saturno, in perfetta quadratura, mi elargiva coordinate straordinarie nelle faccende pratiche, ma pure in quelle immateriali. Gli zigomi spalancati dall’alcool, Vincenzo mi confidò che avrei ricevuto “certi” favori, complici certi lontani pianeti. Cazzo significa? Seguì una fiumana ininterrotta di pensieri, connessioni rapidissime tra le parole Marte e Urano, corpo ed emotività. Allora Vincenzo, porca puttana, vediamo di fare il punto sulla situazione. Sì, dunque, allora, i Pesci, aderendo troppo ai doveri imposti dal loro super-io, abbandonano le richieste del loro sé profondo; gli Acquario propendono per una libertà assoluta. Danno via tutti i legami, tutti, ma non hanno fatto i conti con le barbariche invasioni che arrivano a cavallo dei vuoti di Venere; i Bilancia…non l’ho capita; gli Ariete, qualcosa come l’energia attivata da Saturno….o era Marte? Insomma, uno scatafascio per tutti mi pare di capire, no?!, pensai ad alta voce. Ma chi ci crede, Vincenzo? tu ci credi? Io no. E allora vedi di spegnere quella cazzo di radio che c’hai in bocca!! E questo lo dissi. Eppure sentivo che la prima “coordinata” di Saturno era già in attività, tra collo e inguine.
E in effetti non tardò ad arrivare. Simona, si chiamava così. E Vincenzo rideva.

Simona apre la porta e tu dietro di lei che ti senti un fucile. Ma era estate, e Simona sorrideva. Simona ti porta in camera sua e tu non sei certo uno sicuro di qualcosa. E forse lei non lo sa. «Di mattina, d’estate, cantando», ti dice a un certo punto, «non c’è da aver paura di niente». No, lei lo sa. E così facciamo l’amore, parliamo, facciamo l’amore un’altra volta. Tornati al bar ci sediamo al bancone, parliamo ancora e nessun imbarazzo. Le bottiglie in fila davanti ad una parete a specchio, sonnacchiose e diritte, ed io con loro in un intenso, livido, faccia a faccia. Un’intensa, livida faccia di cazzo. Guardandoci nella specchio le sparo una delle mie solite battute e la spio da lì, lei mi guarda, ma mi guarda così. Bastò tutto il suo rimmel sgualcito perché qualunque stronzata io mi fossi detto fino ad allora non valesse più niente. Io giuro che non avevo capito niente. Non avevo capito che faccio finta di starci. Nelle cose, sul collo, da qualche parte, o qua. Io mimavo il mio vuoto col bicchiere, ripassandomelo sulla bocca più volte.

L’aria calda e folle della città svuotata, l’estate che puzza di motori, sbadigli, e perdigiorno come me. Seduto di una quiete indolente e rabbiosa, per la prima volta percepii – e poi perché? Come cazzo è possibile? – quel vuoto insensato d’estate che mi era finito dentro. Io, lo sfidavo a suon di bevute, e mi resi conto che non serviva a niente. A mezza saliva bestemmiavo a tutto whisky, e no non serviva a niente, come in attesa di qualcosa che però non sapevo definire. Allora mi guardai mentre, precipitosamente e con uno scatto, prendevo il braccio di Simona, con la mano toglievo il rossetto di Simona, baciavo Simona, afferravo Vincenzo per la giacca, mi pulivo il rossetto sulla giacca di Vincenzo, aprivo la porta e sparivo con tutti e due fuori. Allora mi guardai mentre sparivo con certe improvvise idee di rotaie nella tasca, certe lunghe ferrovie. All’epoca avevo 29 anni, facevo il figo all’università sul ciglio dell’ottimismo e del fallimento. La mattina dopo firmai quello che dovevo firmare, e la lasciai per il sogno di un bar, un posto tutto mio da gestire. Non so come mi sia venuto in mente, so solo che l’ho fatto, l’ho fatto e basta. Alla domanda degli occhi spalancati e severi di mio padre ho risposto solo di sì. Sì, sono pazzo. Da qui, tre anni tre mesi due settimane due giorni che non mi parla.

Forse il desiderio di di dar vita a uno spazio dove le persone possano sentirsi al riparo, in fondo, era il desiderio di mettere al riparo me, un posto dove io potessi sentirmi accolto, sazio, a casa, “a posto”, come all’università non lo ero più da tempo. L’assetato, ero io. Non capisci niente, mi fa mio padre quando lo chiamo. Tu non sai, non sai, e riattacca. E silenzio. Ma tanto poi c’è Simona che corre, mi prende subito la faccia con quegli occhi.

Io non so papà, è vero. So solo quel cane solo fuori dalla porta del bar, ore 02:00, che mi aspetta, e aspetterà. So le unghia sdentate, inseguite da chi ha smesso di parlare e poi beve. So gli apostrofi dimenticati da chi parla troppo e non dice niente. So la pancia e il parto, quelli desiderati, quelli non voluti. So la polvere accumulata sulle scarpe di chi viene al bancone ed è troppo stanco, so la polvere di chi non esce mai – le scarpe sono nuove, le mie scarpe sono sempre chiuse di là. So la pelle bianca di chi prende un autobus da solo, beve e pensa seduto qua davanti, i suoi vestiti distratti, appesi, così soli. So chi prende e si spoglia di tutto, e bevendo prova a dirgli tutta la verità. So chi non ci prova più, ormai non gli crede. So le aspirazioni sciocche dei poveri, e quelle di chi crede di avere tutto, e invece, non ha niente. So gli invisibili, gli ultimi degli ultimi, quelli che restano impalati al primo scalino, e te lo dicono sbronzi. So quelli che invece aprono la bocca e sputano fuori un progetto, subito cantano la realtà convinti di sognare. So chi crede che le guerre non siano affar suo, chi gioca sporco e continua, che la giustizia è solo un’invenzione ridicola – alza il volume della radio, Luca. So chi si beve e si fuma di concetti, ed è convinto di salvarsi, che la giustizia c’è, c’è – Luca, una Marlboro?

So chi ha perso l’anima su un fianco, seduto sullo sgabello davanti al mio bancone. E chi l’anima la ritrova, faccia sullo spigolo del braccio, occhi su di me, io ce la faccio Luca, io spacco. Chi si beve il suo passato, e non passa. Chi si beve il futuro, e passa. Chi prova a sfuggirsi ridendo, chi la sua strada se la beve piangendo, chi dentro il calcare triste del suo bicchiere proprio non ce la fa ad alzarsi, allora rimane a dormire qui, io spengo solo le luci. So chi la sputa, chi la urla, chi la invoca quella cazzo di strada. Chi chiede soltanto una carezza ma viene abbandonato vivo. So quelli che la vita è un bar, e possono reggerla solo qua dentro. So i capricciosi, i visionari, i pazzi. I ricchi, i poveri di spirito, i poveri e basta,  i malati, i giuda, i perdigiorno com’ero io tempo fa. I solitari, i feriti, quelli che zoppicano, quelli che non diciamo cazzate. So chi beve tutto d’un fiato, le tira veloce e bestemmia – un altro, Luca. Chi beve piano come un mendicante, i tacchi, le briciole e non ho voglia di parlare di niente.

So, chi ha solo paura e abbandona tutto. So chi ha solo paura e come me cambia tutto. So quelli come mio padre che si sentono ingannati, imbrogliati dalla vita. Che si arrabbiano con chi cerca di sopravvivere  e stanno in agguato contro tutti, soprattutto con chi come me respira tra virgola e punto. Che tra punto e punto, io non ci sto, soffoco.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°9
AstrOProtagonista: Luca
Trentadue anni.

***Immagine: “Boy“, di Michele Petrelli | Acrylin on thin cardboard 42×29.7 | Michele Petrelli, artista contemporaneo poliedrico-prismatico, visionario, votato alla ricerca e alla sperimentazione – avete già cliccato sul nome “Michele Petrelli” per andare a vedere le opere sul suo sito, vero? Credetemi: è un’esperienza straordinaria. 


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Le Storie pubblicate sul Blog «AstrOccupati» sono protette da copyright © 2015 Valentina Chiefa. È vietata la riproduzione. All rights reserved.

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