Ciao, stiamo tutti bene. A parte il solletico, le formiche e le corsie degli elefanti

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Alcide, medico precario, fisiatra. Alcide e la passione, Alcide e l’utopia, contro potere, corruzione e politica tra le corsie della Sanità


La vita mi ha promesso alcune parole. La mia mente mi ha promesso delle parole. La mia professione, mi ha promesso delle parole. Mi chiamo Alcide, e non ci sto. Le mie parole non le mollo.

Stiamo tutti bene, davvero. Bene, qui, nel girone delle perle scure – sul serio, tutti bene. I devoti al sogno, i Cappellai matti.

Sono Alcide, 33 anni, medico precario, contratto a tempo determinato. Per l’esattezza “fisiatra”, specialità in medicina fisica e riabilitativa. Riabilitare è il mio lavoro, la parola promessa che mi è stata affidata a 3 anni. Il mio, è il lavoro più bello del mondo – e quanti oggi hanno la fortuna di poter fare il lavoro che hanno sempre sognato di fare?

Il mio è il lavoro più bello del mondo perché è fatto di storie vere. Gioia vera, tenacia vera. Paura vera, Cerebrolesioni gravi, traumi cranio-encefalici. Tenerezza vera. Stati vegetativi, sclerosi multiple, SLA, Parkinson, vero sconcerto. Gravi traumi ortopedici, protesi di anca e di ginocchio, pieghe di sofferenza vera.

È strano, no? Come la passione per me si vada a nascondere dentro parole così complicate, in fondo poi, così brutte. Ma se le parole fossero barche dentro il mare agitato delle cose, e di quelle cose conservassero il caos luminoso e la bellezza, allora lasciate pure che le ami queste barche. Lasciate che ami la parolariabilitare” se questo mi confida, e mi affida, l’emozione vera di qualcuno, il suo bisogno di acquistare di nuovo un’autonomia, la sua storia. Lasciate che la ami, se riabilitare un paziente significa aprirmi al modo di stare al mondo di una “Persona” –  la sua maniera di deglutire, le occhiaie e le vene come corde sulle mani tese, lo sguardo con cui si infila dentro un progetto, dentro la sua scomoda novità, dentro i sorrisi tirati delle persone che ha scelto di amare, e con le quali creiamo insieme, tutti, il suo obiettivo.

Lasciate che la ami quella parola se poi al di là del suo suono così tecnico, mi insegna ad avere cura di qualcuno, a monitorare le attese, a sfidare la volontà, alimentare la forza, interrogare i fallimenti, il senso di impotenza. La solitudine – immensa. La costruzione di carezze, l’urlo.

Le mie ragioni stanno mute quando sono sul precipizio della corsia, di fronte a queste vite qui. Sto muto di fronte ad una certa rabbia, un’impaziente disperazione.
Loro contano il tempo ed io sto zitto. In corsia, contare è una faccenda seria come per i bambini. Quanto manca? Guarirò, guarirà, quando? Si contano i minuti, le ore, i giorni, i mesi, anche i secondi. Anche i battiti. Il tempo, qui, è un masso gigantesco, lento. Ed è solo quando c’è un progresso, anche minimo, che l’ammasso si sgretola. Il paziente allora smette di contare, io interrompo il silenzio, e finalmente tutti possiamo finirla con la recita: di non essere stanchi, di trattenere il futuro, il suo sogno.

Il mio lavoro è il più bello del mondo perché è fatto di collaborazione, vero lavoro di squadra. Io, infermieri, fisioterapisti, operatori, coordinatori, primario, paziente, familiari, tutti a remare in un’unica direzione: la salute della Persona. Almeno fino a che non arriva l’elefante, che col suo passo annienta, e fine dei giochi di squadra.

Già, l’elefante. Che mi sposta le parole promesse, o me le infanga. Me le incrina.
Il grande elefante, il Potere, che ci vuole spiriti rammolliti, rabbuiati, senza spina dorsale. Ma stiamo tutti bene noi, siamo i cappellai matti. Siamo, la punta della punta del fastidio, un ago, ciascuno per ciascuno. E pungendo i piedi dell’elefante siamo punti. Ma stiamo bene, tutti.

«Potere» è una parola troppo grande, con quei suoi filamenti di verde e azzurro, con quel suo richiamo di uccellino giallo e invece è una proboscide contro cui ci avvinghiamo offesi, feriti. Un piede gigantesco contro cui ci schiantiamo, noi e le nostre tavole di leggi apparecchiate per il paese delle meraviglie che per noi “è”. L’elefante sogghigna ma per noi esiste solo il Paziente, la sua salute, solo la Persona. L’elefante sogghigna un’altra volta e un’altra volta ancora, ma per noi esiste il senso dell’Altro e la collaborazione. Poi sogghigna in una certa maniera che non avevo previsto, ancora un’altra volta e ancora, e il mio non vuole più essere il lavoro più bello del mondo. Oggi ho scoperto che èveroètuttovero quello che si legge. Tutto vero, una cacciaunafuria.

Non esiste sempre la possibilità di remare tutti nell’unica direzione possibile per il mio lavoro – il paziente – perché tutto, in ospedale, è dominato dalla politica. 

Qui, la stringente necessità è cercare di sapere chi diventerà Direttore Sanitario, chi sarà il prossimo primario. Poi, i primari, i direttori, i capi-settore amministrativo: scelti per una tessera – “la laurea” in politica. Destra, sinistra, che importa. E che importa del paziente. La carriera importa, e si fa così.

la nostra salute? Affidata ai tarocchi di una politica corrotta.

Certi giochi stonano dentro un ospedale, ma la faccenda questa è: nomine, assunzioni, budget, tutto, persino il “look” dei medici è dominato dalla politica; e gli intrecci, le collisioni tra colletti bianchi e politica corrotta, che fanno leva sul malcontento dei pazienti-cittadini per creare consensi elettorali; e sono sempre più numerosi i concorsi per primariati che, tra titoli ed esami previsti, richiedono proprio quelli presenti nel curriculum di “una certa persona”. La medicina degli affari, ecco. Non quella del malatoSanitopoli, la città delle corsie di elefanti.

E non esiste possibilità di fare in pace il tuo lavoro perché o sei con loro o sei contro di loro.

Se sei con loro devi ascoltare, annuire, essere d’accordo, sempre. Devi prenderlo sul serio il medico-manager, il Leader narcisista, il Grande Padre, il guaritore onnipotente, il grande Mago, lo stregone. Mai contraddire il Divino – poi passa da me. A che gioco giochi Alcide, non ho capito? Non sei solo, Alcide. Non sei solo. Ma cosa diavolo c’entra queste sete con la mia, la sua lingua gonfia di seduzioni di potere con la mia che canta canzoni sull’utopia?

A che gioco giochi, Alcide?

E tu?

ll tempo per la cura che è quello che ti interessa perché è il tuo lavoro, è contaminato dall’immondizia, raggomitolato.

Se sei contro di loro e provi a fare l’unica cosa che bene vorresti fare, cioè il tuo lavoro, devi stare attento, perché il tuo contratto già precario potrebbe scadere anche prima del tempo. A che gioco stai giocando, Alcide? 
E tu?
 Noi qui tutti bene. Qui, nel girone delle perle – sul serio, tutti bene. I Ribelli, i devoti al sogno. E i Cappellai matti, tutti al sicuro. 
La vita mi ha promesso alcune parole. La mia mente mi ha promesso delle parole. La mia professione soprattutto, mi ha promesso delle parole. Ridammele. Io, tanto, me le riprendo.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°8
AstrOProtagonista: Alcide
Mantra: So vivere solo con utopia. «Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare», Finestra sull’utopia, Eduardo Galeano.
Colonna sonora: Guccini.


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