La lingua celeste e sbucciata dell’imprenditore

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Vittorio, Imprenditore, figlio insospettabile, perduto


– Bevi qualcosa?
– No. Fumo questa sigaretta e vado via.
Mi fai accendere?
– Vorrei fumare questa sigaretta, fumarmela in pace, capisci?
E così non mi dedichi nemmeno cinque minuti…?
– No.
Vado. Ciao. A presto.
Vadociaoa presto. Perseveranza e serenità.
– Aspetta…
Aspetto.
Perseveranza. Fiducia. Serenità.
Per molti sono così, la recita di una cubista di città, magari un po’ puttana, magari un po’ no. Ma fino a che sono alla mia scrivania non so proprio dove sistemare l’antipatia che mi si dedica, le lingue che mi saltano addosso. Non ho tempo.
La mia vita è un rituale ragionato, un tragitto proporzionato, misurato, asciutto, moderato. Una linea è una linea, un sottobicchiere è un sottobicchiere, un drink è una scopata al 75%. Sono determinato, allineato. E resto determinato. Nell’Italia di oggi, l’Italia della crisi, io lavoro come un pazzo, non ho un diario e me ne sbatto della crisi: io non fallirò. La mia azienda produceva, continua a produrre, e produrrà anche domani. Io non spero, io non lotto: io lavoro.
Io ci credo, sono pronto a rischiare tutto.

Nella vita mi sono fatto da solo. Per anni, durante e dopo la laurea, ho fatto il barista, il venditore di automobili, l’edicolante, il commesso. Sono stato nel business del confezionamento di frattaglie bovine. Ho fatto l’operaio metalmeccanico, l’elettricista, l’insegnante di una scuola privata serale. E mentre lavoravo, aspettavo. Aspettavo il mio fottutissimo momento. Prima o poi toccherà a me, dicevo. Prima o poi svolto, losomelosento. Ma un lavoro che non volevo succedeva ad un altro che non volevo, la speranza si invaghiva di una vacanza, si piegava alle seduzioni di una casa, di un pc più grande. Fino a che poi l’ho fatta finita. Con l’attesa, dico.

A tre anni dalla laurea ho preso il momento giusto e gliene ho dette quattro, ho annusato un’idea e l’ho imbevuta di coraggio, e mi sono messo di nuovo a studiare. EntusiasmoAmbizione, passione. Ho ritirato fuori libri e appunti di economia e marketing, ho comperato testi sul self-coaching, sulla leadership. Pragmatismo, tenacia, disciplina e ottimismo. Ho partecipato a seminari sul public speaking e corsi sul business per imparare da chi il successo l’aveva già ottenuto, per chiedere, ascoltare. Ho guardato con voracità, tutto lo spiabile. Ho rubato tutto, ho imparato.
Ho progettato, pianificato, i rischi soprattutto. Impegno, sacrificio e dedizione. E quando mi sono sentito sufficientemente pronto alla sconfitta, ho fondato la mia impresa, che, lo devo ammettere, ha preso piede quasi subito.

Oggi, dopo quattro anni di successi e fallimenti inevitabili, impennate e cali programmati, posso dirmi imprenditore. Me la godo. Sì. Alla grande.
Quattro ore di sonno, e sono più che sufficienti. Piscio, bevo, mangio, corro, bevo, studio, compro, lavoro, scopo, godo. Lavoro. Mi piace. Sono integro, resto integro, mai una scivolata. Rigore e volontà. Cura e rigore. 

Fino a che sono alla mia scrivania, non so dove sistemare l’antipatia che mi si dedica, le lingue che mi saltano addosso. Dentro la traiettoria matematica che vivo, sono anche quel certo pesce marcio, quello sputo là. Quando posso me lo studio un po’, me lo guardo. Marmellato, solidificato e poi rinsecchito, appiccicato alle pieghe ben stirate dei miei pantaloni. Non dico niente perché non so come si fa. Fino a che sono a lavoro, le lingue si spolverano via facilmente, sono concentrato su altro. Tornato a casa è diverso.

Perché a casa, mia madre, ride. A casa il cuore celeste si fa teatro di marionette, lei mi gioca in faccia. A casa nasce un clown e sono io, la sua lingua mi cade addosso e allora cade anche la mia. Tornato a casa, nasce un figlio sperduto, sono io. Nasce dalla sua coperta cattiva. Dal suo asma e dal mio sguardo alla sua sigaretta. Dal suo intestino rovinato e dalla mia acidità, il mio vino, il suo. Dalla nicotina sparsa sulle tende di cui mi rimprovera in continuazione. Dalla sua pensione di miseria per la quale ha venduto la sua casa a due soldi ed è venuta a vivere con me. Dalle sue migliaia di ore trascorse a dormire. Dai suoi mille giorni consumati a fingere di leggere, cucire, vedere la tv. Dal suo armadio pieno dei regali che le ho fatto e che rifiuta, e non capisco perché. Dalla sua malattia che non vuole dirsi, dalla sua malattia che peggiora perché è arrabbiata. Dalla sua rabbia che aumenta perché ha perso mio padre. Dal mio odio che mi consuma perché non capisco il suo odio, il suo disprezzo per me. Da qualcosa, qualcuno, che spia le nostre finestre, spia le mie, ci ignora e mi insulta. Ed io nel frattempo preparo il rimborso alla vita. Già. Fanculo.
– Hai dormito?
– Non so sparecchiare, non so fare più niente, fallo tu. Se ci riesci…
Ride. E quasi se la fa sotto.  
– Buonanotte, mamma.
– Vattene. Tuo padre diceva….Tuo padre lo avrebbe voluto.
– Cosa?
– Tuo padre, tuo padre.
– Cosa?
– Non capisci, vero? Certo che non capisci, come puoi capire tu? Certo che non capisci.
Vado. Ciao. A presto.

Non dico niente perché non lo so come si fa. Non domando niente perché bisogna essere in due a levarsi il trucco. E invece io ho i fili alle braccia, la parrucca e tutto il resto; lei quella maledetta coperta euforica, una valvola difettosa, ingorda. E una testa con troppe ferrovie, così rumorosa, così spaventata. Così maledettamente selvaggia.
Io spengo la sua porta, mi invento un’altra madre e vado a letto perché io devo riposare. Domani devo alzarmi presto, devo correre, mangiare, bere, lavorare, studiare, scopare, ascoltare, lavorare, essere sereno, inventarmi, avere fiducia. Vado ciao. Sono un imprenditore, domani devo essere integro, domani nessuna scivolata, domani vigore e volontà.

Domani è venerdì, domani riunione con tutto il mio team. Domani ci raccoglieremo attorno al grande tavolo per discutere, fare il punto, analizzare i risultati. Pianificare. Scrutarci, annusarci come bestie dentro un recinto.
E mi saluteranno tutti come sempre. Un cenno gentile alla mia camicia, come se quell’azzurro fosse davvero sovrano, davvero invincibile. Potrei dire qualcosa ma non dirò niente. No, tanto non lo so come si fa.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°7
AstrOProtagonista: Vittorio
Trentanove anni.
Laureato in Economia e Marketing.
Imprenditore brillante. Si occupa di sua madre
Odia i silenzi di sua madre a cena.
Ama il silenzio del caffè sorseggiato all’alba, da solo. 


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