Anna, la tua pancia verticale ha cambiato il mondo

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Anna, Redattrice, e del suo secondo grande urlo al mondo: diventare una madre


Una sera blu. Certe infermiere che mi guardano credendo di conoscere tutto di me, che sussurrano e ghignano risolini ai medici e al loro spettacolo di pance ingombranti, sghembe. Noi, le donne con la pancia, ce la mettiamo tutta da stamattina. Ci dicono di respirare, e respiriamo. Ci dicono di scegliere la posizione, e la inseguiamo. Ci dicono di contenere i lamenti, e noi strisciamo sottovoce. Io sto in piedi che guardo le altre con aria di sfida. Animali prima della gara col morso.

Una sera fresca di una luna tagliata a metà. E giù in sala certi quasi-neo-padri con la faccia da subacquei che aspettano, che respirano affannosamente, che non aspettano e telefonano, che non telefonano, che non respirano con l’ultimo caffè corretto, l’ultima sigaretta, l’ultima barca di ricordi che ci riguardano. Perché chi saremo dopo non lo sanno, non lo sappiamo neanche noi. Perché per certe donne dal cuore sempre in diagonale, la maternità è un gesso. C’è chi guarisce, c’è chi si indurisce, chi si libera, chi torna piccola. Chi scopre la sua ferocia.

Vedi poi questa bambina qui fuori, sorella di chissà quale futura figlia, che grida, pazza, tra i corridoi. È inseguita da girasoli, ripete spaventata. Nessuno che la ascolta, che le dà retta. Il suo spavento mi consola. Pure io vengo inseguita da girasoli. Continuamente. Io che intanto me ne sto qua dentro, in piedi, che mi allargo come una balena, una spugna. Mia madre è fuori, non ne vuole proprio sapere di vedermi così. Il mio fidanzato poco fa è sceso giù insieme a certi vestiti di verde. Troppa paura. Troppe domande, forse, o troppe lenzuola. Fiumi di odori insopportabili, troppi acuti. Io intanto spingo, ma che ne so.

Penso certi pensieri slegati, un’assurdità allucinata: una nuvola di api, la maschera comperata la scorsa estate, un bicchiere d’acqua gelata e la cannuccia verde cobalto, gli occhi del trafficante di droga che organizza feste nel palazzo accanto a casa mia, mio padre che rientra dopo il lavoro, ogni giorno, sempre alla stessa ora, il mio ragazzo che mi lascia, la prima volta che abbiamo fatto l’amore, l’ultima volta che mi ha dato una carezza, io che scrivo alle due di notte e mangio uno schifo di torta, io che al sesto mese smetto di lavorare e la promessa che quando tornerò in Redazione, anche se nel frattempo il mio contratto a termine sarà scaduto, il mio vecchio posto tornerà mio. Nuova collaborazione, nuovo contratto. Sarà così? Sarà vero? E se il giornale dovesse chiudere i battenti? E se nel frattempo trovassero una redattrice più brava di me? Spingo di rabbia. Sbaglio? Ma che paura.

Spingi. E se spingi sei una madre. Sì, ma che madre sono io?

Intanto lo scoppio tarda ad arrivare,  ed io sto zitta. Carlo nel frattempo è tornato. Mi guarda come fossi un pericolo, dice che mi ha comprato un giornale di quelli che piacciono a me. Lo guardo, rido, sto sempre zitta. Forse per questa ragione mi arriva la carceriera tra le caposala, la più severa. Ha deciso di provocare la pancia, forse di farmi arrabbiare. Ignora Carlo che nel frattempo è diventato come i camici di lucertola. Lei sorride, con quel fare docile che terrorizza, mi ordina di fare cose che proprio non capisco. Afferra il corrimano della stanza e mima un dolore fortissimo, soffia, spinge. La guardo con gli occhi spalancati. Il dolore è talmente ingoiante che per qualche secondo, oltre che muta, sono pure sorda. Mi boccheggia parole in faccia, ma tanto non sento niente, ho la fornace spalancata come i sacchi. Mi guardo da fuori, coi capelli bagnati e il kajal che stamattina ho ostinatamente messo agli occhi, come se qui mi attendesse una festa, come se nulla fosse. Come se nulla poi sarebbe successo, come se nulla sarebbe cambiato. Ho la faccia bianca con le chiazze nere sui deserti, la maglietta dell’ultimo concerto che ho visto, e sono sorda. E sono sola. Partorisco anni a venire di cui non so nulla. Mi prende il panico ma non c’è tempo. Non c’è mai tempo.

Lo scoppio continua a tardare, allora lei non molla. Improvvisamente torno a sentire, piego la testa, faccio quello che mi dice, non aspetto più, cambio, la guardo, non sono più io, mi guardo, mi muovo e non so quello che faccio fino a che consegno, anch’io, il mio secondo grande urlo al mondo.

E tutto, improvvisamente, si scolla.

Dentro lo sciame violento di mugolii non mi sono accorta di niente.

Non mi sono accorta che, nel frattempo, il mio ragazzo che mi guarda è cambiato, che sono cambiate le sue carezze, la sua voce, la sua valigia, che saremo ancora noi ma senza il vizio di ciò che siamo stati finora. Che è cambiata la mia corsa in macchina, il mio diario, la mia casa, le mie mani. Che è cambiata mia madre, la sua veglia di polizia, la sua faccia che solo adesso scopro piena di tenerezza, con certe rughe da figlia. E non mi sono accorta che, ad un certo punto, ho proprio smesso di avere paura.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°6
AstrOProtagonista: Anna
Trentaquattro anni.
Laureata in Lettere. Giornalista professionista. Mamma da due settimane.
Redattrice con contratti a termine fino al sesto mese di gravidanza. Chissà il futuro.
Odia i girasoli.


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7 pensieri su “Anna, la tua pancia verticale ha cambiato il mondo

    • Ho cercato di immaginare i vari modi in cui ad un certo punto della nostra vita, la paura sparisce. E allora è nata Anna. Che tanto si sa, tesoro….le mamme sono il coraggio. Punto e basta-. Punto, e un bacio a te! Scriviamoci presto..ti abbraccio. E grazie per aver letto la storia.

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  1. Pingback: La lingua celeste e sbucciata dell’imprenditore | AstrOccupati

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