L’operaio che viaggiò sulla Luna

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive a Storia di Francesco, ex operaio, disoccupato. La follia dell’attesa, il lavoro che non arriva


Fu d’una luna gelatinosa e rosso fuoco. Una luna a colla. Una luna come ce ne sono tante – dice chi non si stupisce più di tanto. Non io però. Perché la mia, quella sera, fu una luna tutta stramba. Permalosa, mia, tutta odorosa. L U N A, luna-grande luce. Una luna che forse voleva fuggire via da me, e che invece cadde, precipitosa e accecante, cadde sulla mia finestra. Si può mica piegare, e cadere la luna? Mmhà.
Io sto lì che incasso la sigaretta grigia e ritrita, e mentre ingoio, giù a pensare, ad approfondire, capire la situazione in cui brulico. Cercare, cercare, sentire…ecco lo sapevo! Diamine! Ma come cazzo si fa? Hm.. Sono teso al punto giusto. Preciso.
Potesse la luna tirarmi fuori dal povero scherzo che sono e farmi profondo.

Senz’altra tinteggiatura, il cielo si faceva piccolo e sensuale per lei, quella sera. E devo dire anch’io. Di certo non mi nascondo. Piegato a guardarla nel mio accappatoio bucato, venni d’improvviso folgorato dalla sua magnificenza. Boom.
Ebbi pena per me…così umano, così operaio, così interrogativo e nulla più. Poca vita, vita minuta. Vita spesa a vivere, e adesso a cercarmene una qualunque, di vita.

Dal divano mi spingo verso il ridicolo balcone da purgatorio di casa mia, lentamente. Speravo che non avesse troppo potere la luna – lo dico sinceramente – se non quel tanto necessario per spiare la bocca aperta e la ruggine delle mie ringhiere spente.
Ti guardo. Bella sei.
Ti fisso, luna. Ti fisso. E adesso mi fissi pure tu.

Le parlai, di me, con onestà. E la luna, più accesa si fece. Così perfettamente rotonda e rossa, volle dirmi qualcosa. Spalancò la fornace.
Per prima cosa mi scatenò un ricordo. Di quando mi voltai verso la luce della lampada, ricordi Silvia? C’era un’aspirina sul mobiletto, quello vicino la porta. Chissà che non mi faccia bene, pensai. Tu urlavi, ed io che ingoiavo l’aspirina. Che ridere. Tu mi restituivi i regali, ed io che fiumavo sangue dal naso. Non mi lasciare, Silvia. Così. Dissi al gusto di metallo. Che ridere, no? No. Maledetta estate, Silvia. Perché mi hai rovinato la vita? Perché mi hai rovinato la vita, Silvia.
Ma non fa niente, davvero. Io in fondo ti devo ringraziare. Sì, ti comprerò dei fiori. Sì, so anche del tuo schifo. Che ti arrabbierai, dico. Forse. Ma tu tienili i fiori. Regalali alla tuo nuovo ragazzo. Come si chiama? Già. È bello e c’ha pure un bel lavoro.
Luna, che fai? Ingoi tutti i fronzoli delle mie impronte passate, me li risputi, e credi forse di farmi un favore, luna? Forse sì.
Nel frattempo però, mi fai a pezzi con questo tuo dire. «Luna, non guardarmi così». Lo dissi a voce alta, implorando un qualche segno liberatorio.
Fu allora che quella, la luna, toccò a dirmi: «Spalanca la croce».

Luna a colla, luna faticosa, luna burbera, astuta. Bellissima. Proprio non ti capisco, luna.
Qualcosa in me però, doveva aver capito, visto che nella stanza, improvvisamente, mi metto a camminare come un bandito, bandito pazzo. Perché basta con il camminare su ruote di carta, dico. Basta col chiudere i buchi da cui sfiliamo i vermi della testa, penso. Basta con l’inventare una stoffa lussuosa su cui dormire. Lancio tutto in aria. Tutto. E, tornato alle ringhiere fottute, mi scappa proprio da ridere. Roba che me la faccio sotto di saliva per non so quanto tempo. Tu che mi guardi, Luna, tu che sfili un qualche mio sorriso dagli zigomi. Danzano, vedi? Danzano, loro. Mentre io, te lo giuro, io lo giuro. Io non ho fatto niente, non mi muovo.

Restai sveglio. Fino all’alba. Non capii.
Con l’agitazione e la stessa andatura di un pollice in bilico tra una penna e l’aria, poi compresi.
Che l’attesa in cui ero infilato da nove mesi è un vicolo astuto. Partire, allora? Correre? Strappare tutto o cosa, luna? Che faccio? Una valigia consistente, intraprendente, sorridente? Una valigia come ce ne sono tante, la mia non sarebbe certo la prima. La valigia di quelli che partono perché l’umiliazione è diventata insostenibile. Cercare aiuto? Forse sì. Ho pure un accumulo esasperato di corpi chetonici. Vedi un po’ che ti fa il digiuno.

Fegato, in pappa.

Debora, la sorella di Francesco, mi racconta che il fatto fu questo qui. Che una sera Francesco si mise a fissare la Luna, e che quella lo fissò. Che lui divenne impaziente, forse pazzo. E che prima o poi ritornerà. Forse.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°5
AstrOProtagonista: Francesco
Quarantadue anni.
Diplomato. Ragioneria.
Ex Operaio. In cerca di lavoro. Disoccupato da nove mesi. Depresso da due.
Credente. Solo qualche domenica. Praticamente quando gli va.
Odia il caldo. Proprio fottutamente.
Ama certe fotografie di quando era piccolo.


ASTROCCUPATI, IL BLOG:
√ Scopri il PROGETTO di AstrOccupati.
√ Scopri che cos’è il “REPORTAGE NARRATIVO” per AstrOccupati e perché sceglie le Storie per raccontare il mondo dei Lavoratori.
√ Leggi le INTERVISTE di AstrOccupati ai Lavoratori.
√ Leggi i REPORTAGE di AstrOccupati sulla vita interiore dei Lavoratori.
√ Leggi gli ARTICOLI di AstrOccupati sui temi del Lavoro vissuti dai Lavoratori.
√ Hai bisogno di raccontare la tua Storia o desideri proporci un progetto? Parlami.


 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...