Giuseppe. O del Teatro che cade

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Giuseppe, Regista teatrale prossimo alla pensione, Giuseppe. Il Teatro assetato e le Storie


«Prima o poi lo capirà.
Prima o poi, non adesso.
Prima o poi lancerà il copione come un falco e se ne infischierà. Capirà che il linguaggio è solo alla fine della partita. Che per recitare – recitare senza recitare – deve prima imparare a sentirsi sperduto. Un temperamatite dentro uno scolapiatti. Capirà che per essere autentici, perché le sue parole arrivino dall’altra parte – dall’altra parte della gola, dentro “la schiena” di chi ascolta e guarda, sulla sua nuca, nel pianto di tutte le cose che non ha detto, e che adesso emergono feroci e bisognose di un imbuto – è necessario sentirsi dei sopravvissuti, posteggiare sul palcoscenico come migranti, assetati, nudi. Soli.
Senza linguaggio.

Sono l’ultima fase, le parole. Prima, ci sono gli accenti. È una grande responsabilità avere a che fare con i suoni delle cose, non credi? Già.
Sono come bambini, vanno risvegliati. Sono segreti, bisogna attendere. Essere pazienti, origliare. E mi raccomando non fare rumore, non ti muovere. Aspetta. Vedrai che mentre te ne stai inferocito dentro il cappotto di un altro, l’accento si farà suono, e poi: emozione. E adesso sì che potrai parlare, muoverti e stare tranquillo. Ti proteggerà dalle insolenze che ti chiamerai addosso, il suono. Dai desideri di fumo; dalle sciocche ricompense delle luci sulla faccia, soprattutto. Prima o poi lo capirai. Non adesso però. Marco ha paura. No, Marco non lo sa, non sa niente.

Si stende come un freddo ai piedi di chi non ha capito – hai notato?

In ogni caso, ce la farà. Ne ho incontrati di attori, io, sai? Ne riconosco la specie dopo una manciata di minuti che mi sorridono in piedi, strozzati dal quaderno di appunti. Ci sono gli animali da circo, ostili. Questi sono solo in cerca di protezione, e sai che ridere. Ci sono i passeggiatori, e con quelli non c’è niente da fare, sono tasti che tu schiacci, e il gioco finisce lì – un vero schifo. Poi ci sono i fantasmi, quelli che non spiccicano mai una parola. E loro sono i maghi. I santi. Chiamarli attori sarebbe un insulto.

Io non lo so che attore sono stato, ma posso dire che non ha funzionato. No.

Vedi, se sono un attore, sono il mio corpo; sono il mio corpo che suda, che non mi ascolta; sono il mio corpo che mi stanca, che se ne infischia. Che invecchierà – una cazzo di ossessione. Se sono un attore sono le mie parole che cambiano, la mia voce e le pareti che non riconosco come le mie – uno scherzo, e che crudeltà. Se sono un regista, invece, sono solo ciò che voglio essere.

Sono una Storia. Oppure non lo so.
Vedi, è la verità. Si stende come un freddo ai piedi di chi non ha capito, però anche una vita lenta, impercettibile di possibilità che devono ancora venire. E le possibilità sono tutto. Non credi?».

Il parlare di Giuseppe, lento. E il gesticolare frenetico mentre siamo seduti sul lato della platea. Io e lui, comodi sulle poltroncine che spettano a chi, durante gli spettacoli, muove la testa, bisbiglia e scrive. Mi parla, mi guarda, mi sorride; non mi parla, respira davanti a sé, Giuseppe. Ad un certo punto mi afferra il braccio senza guardarmi e ricomincia, con lui, a parlare. Racconta della vita, del Teatro – una cosa sola.
Se gli tolgo la mano dal mio braccio, cade.
Penso questo pensiero mentre, come un’ape, inseguo il mio braccio, polso, mano, che disegnano in aria una storia che non è la mia. In questo momento sono il mio corpo che non ascolta me, non sono più io. Un’alga. Un pagliaccio. Il collo di una donna incontrata su una spiaggia sperduta della Sicilia, a cui Giuseppe pensa ancora – no, non mi sono mai sposato. Sono ciò che non sono io.

Sono le voci dei primi attori che lo hanno fatto innamorare del teatro, i suoi primi spettacoli, visioni, profumi amniotici. Sono le vetrine di una Politica piena di promesse, di tentazioni elettorali scambiate per progetti sulla Cultura a cui Giuseppe ha aderito, ma che alla fine lo hanno lasciato solo. Con l’aria è proprio bravo, Giuseppe. Compone racconti a scatti sull’assenza di fondi per produrre regie, per pagare gli attori e tutta la macchina del Teatro, assieme al bicchiere vuoto della Pensione. Una questione da ridere. No, da piangere. No, tutto insieme. Sono i due nipotini che lo aspettano due volte la settimana sotto il portone di casa sua e la goliardia di amici che incontra ogni venerdì sera dopo le prove – il tavolo pieno di vino, insolenze e precetti recitati a voce alta.

Improvvisamente sono preoccupata. E quando sono preoccupata non capisco niente, maledizione – Marco, che fai ancora lì sul palco? Scendi. Non capiamo proprio niente noi due.

Giuseppe sembra un bambino. Adesso prende in ostaggio anche la mia mano destra. Incastra una sigaretta tra le dita. Io, immobile. «Ma come! Mi sembravi una tipa dalla sigaretta sempre accesa!», mi fa mentre se la riprende, la accende, fa una boccata e la rimette a posto. Tra le dita della mia mano, voglio dire. Non posso più scrivere. Ride, Giuseppe. Io me la fumo.

Io e lui, qui, io e Giuseppe umidi come pesci. Dopo la sigaretta mi porta un caffè, un panino, e delle domande assurde. Non sono più io, non so più niente.

Sembriamo due attaccapanni pieni. Giuseppe, ed io. Che gli reggo la voce mentre parla. Se mi riprendo il braccio, cade.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°4
AstrOProtagonista: Giuseppe 
Sessantotto anni.
Regista teatrale.
Quando gli si chiede della pensione, chiude gli occhi e sorride. Poi diventa serissimo.
Nei folletti e nella sabbia, crede, ama.
Odia i sospetti. E gli attori con in testa il circo a specchio degli dei.

AstrODisegno: Valentina Chiefa


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