Antonia. O del Canto

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Antonia, disoccupata, assistente di suo padre – riceve l’indennità di accompagnamento per l’Assistenza. Anna: l’aritmetica dell’invisibilità


I.
Come te lo spiego? Che succede, dico.
Che faccenda ridicola stiamo diventando, vero?
Io. Tu. E tutti i nostri sogni di diventare grande.
Come te lo spiego, eh? Che succede. Io che mi arrendo dentro una poltrona, tu che diventi così piccolo, papà. Ma come fai?

Sei sbucato fuori dalla pozza di sangue che sembravi un albero spennato. Com’eri piccolo, papà. Una medusa, un cucchiaino.
Io ho atteso dietro la porta della sala operatoria, alla fine ero tranquilla. Ma tu hai fatto veramente troppo tardi, papà. Mi hai lasciata senza pieni di parole. Nemmeno una.
Sola, senza un briciolo di pensiero, cosa dovevo fare, papà? La mia solita parata da circo. Che ruga pazza che sono certe volte, vero?

All’inizio ho solo guardato il caffè. Lentamente, che si piegava fuori dal bicchiere. Prima goccia. Giù. Non l’ho fatto apposta, pensavo ad altro. Pensavo a te. Com’eri piccolo, papà, dannazione. Com’eri niente. Poi la seconda sì. La seconda volta l’ho fatto apposta. E alla terza il bicchiere era già schiantato sul muro, il caffè addosso al bianco dell’infermiera con le sopracciglia disegnate. Cosa me ne importa della sua gentilezza da giarrettiera, cosa me ne importa – la lingua che brucia, e certi brutti pensieri macchiati sulla parete da ospedale di un ospedale da circo? Cosa me ne importa, papà? Niente.

Sì, lo so, ma certe volte uno ha bisogno di sputare in faccia all’invisibilità. Ha necessità di celebrare la propria presenza. Io volevo solo una notizia, papà, tutto qui. Volevo solo capire cosa stesse succedendo. Poi tanto è bastata una metafora a calmarmi. Ho visto un pettine, ho pensato a quello di mamma, e mi sono calmata.

Sono calma, papà. Adesso sono tranquilla, posso aspettare. Qui c’è mamma.

Ti ho visto che finalmente uscivi dalla porta a vetri. Adesso toccava a te fare una bella parata. E l’hai fatta, papà, ma certo che ti ho visto. Solo che non mi è andata giù, era troppo seria, devo dirtelo. Solo che, non ti somigliava troppo, ecco. C’eri, eri proprio tu. Ma non eri tu.
Come si fa, papà? Cosa vuol dire “vai avanti”? Da che parte è “avanti”, papà? Non capisco, non capisco. Non capisco proprio da che parte devo guardare. Cosa devo fare?

Papà, com’ero da piccola?

II.
Francesco mi ha pure lasciata. Te lo volevo dire ieri quando mi hai chiesto di aprire la finestra, ma non sapevo proprio trovarle le parole giuste per te. Perché Francesco ti piace, perché Francesco ti fa ridere, Francesco è gentile. Perché, per te, Francesco è Francesco. Ma io lo detesto, papà. Mi dispiace, davvero. Non sopporto più la sua camicia stirata, la sua sveglia, le sue note stonate. Non sopporto più la sua barba, i suoi occhiali sporchi e il vino versato dappertutto. Non sopporto il suo pianto, e quello squittio che è solo il coperchio di una strana ferocia. Non mi vede, papà. Non mi guarda davvero. Non sa niente di me, papà. Ti pare normale?
E intanto sono a pezzi.

Dice che non c’era mai tempo. Sì. Francesco dice che non ho “cura”, che non ho mai voglia di una cena, di un sabato sera. Che non ho bisogno di una chiacchierata, di una domenica pomeriggio coi piedi scoperti. Ma cosa me ne importa, papà? No, sabato non sono più uscita. No, papà, non è colpa tua. Non lo so. Non lo so di chi è la colpa, papà. Anche se Francesco dice che è colpa mia, che sono sempre con la faccia in giù a controllare il telefono. Dice che sono diventata impertinente, aggressiva. Insolente, insopportabile. Che sono ironica, ha detto. Cattiva. Mi dispiace, papà, ma forse è vero. Tua figlia è cattiva.
Dice pure che sono bugiarda, Francesco. E questo è proprio vero, devo ammetterlo, papà. Questa cosa sì. Tua figlia è una bugiarda. E dovresti proprio vedere, come sono diventata brava.

Ma come glielo spiego, papà? Come faccio a raccontargli come mi sento? È una faccenda complicata, è troppo difficile da spiegare. Il lavoro rimasto indietro come un punto interrogativo, e dei soldi che ricevo…..Puzzano di vergogna.
Già. Lo so.
So cosa mi avresti detto tu adesso. Perché a te le mie volate di testa sono sempre apparse come un capriccio, una fuga stravagante dalla vita, quella vera che avrei dovuto vivere, papà, non è vero? Te lo ricordi ancora, no? Me lo dicesti quella volta che litigai con mamma, e avevo la matita negli occhi. Il mascara blu, diciassette anni, una fila di baci dentro le sigarette. E non sono cambiata, sai? Oggi è peggio di prima. Oggi il cuore è mellifluo, bambino come prima.

Sono sempre stata una formica, vero papà? Sono sempre andata d’accordo con le briciole. Mi accontento troppo presto, forse. Oppure non lo so.
Ascolta papà, ma secondo te, da dove mi viene tutta questa fame d’amore? Non sai quanto mi vergogno, quanto mi vergogno. Papà, ma, certe volte, dov’è la bellezza?

III.
Papà, come te lo spiego?

Mi dispiace che le cose non le so dire che così. Quando dormi. Quando te ne stai da un’altra parte, tu. Quando non mi guardi con quegli occhi che, papà, non ce la faccio – non sono i tuoi. Ho tante cose da dirti, papà, solo che mi fai troppo male. Così, con quelle domande che non sono le tue. Sei troppo piccolo, troppo piccolo, papà.

E quante parole servono per dire la verità? Per dire una bugia, papà? No, questa la so. Ne bastano cinque. No, non è vero: tre.

Papà, dannazione, ma che diavolo succede? E come te lo dico, papà? Quanto mi sento triste, umiliata. In colpa, papà. E come te lo spiego? Che cosa mi succede, dico.

Che faccenda ridicola stanno diventando. Io, papà. E tutte le nostre, lunghe, sognanti, traversate di Laurea.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n° 3
AstrOProtagonista: Antonia
Trentadue anni.
Archeologa.
Disoccupata. Riceve l’indennità di accompagnamento per l’Assistenza di suo padre, malato.
Ex Credente.
Odia le bugie, ma da quanto ne ha scoperto l’utilità, il rifiuto è solo concettuale.
Ama. Punto.


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3 pensieri su “Antonia. O del Canto

  1. Come si fa, papà? Cosa vuol dire “vai avanti”? Da che parte è “avanti”, papà? Non capisco, non capisco. Non capisco proprio da che parte devo guardare. Cosa devo fare?
    riesco sempre a trovare un pezzettino di me in quello che scrivi…e stavolta mi hai fatto piangere.
    punto.

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  2. Pingback: La lingua celeste e sbucciata dell’imprenditore | AstrOccupati

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