Valentina. AstrOVerità di una Lettera invisibile

Tempo fa, a Dicembre del 2014, scrissi una lettera ad una trasmissione televisiva che fa Inchiesta. Non mi ha mai risposto. Ne lascio qui una parte. Da allora, da quel Natale, sono cambiate molte cose per me, ma non i ricordi, non i dubbi, non la rabbia, non l’impulso di essere tenace e di condividere. Che poi uno cade e oscilla, zoppica e si affatica. Urla. E invece ha solo tanta voglia di vivere, e di cambiare il mondo. Scriviamo, scriviamo, altrimenti siamo perduti

Buon pomeriggio. Che tanto è notte ma che non si venga a sapere – perché, scusate, ma di fatto, per chi viene scambiato chi scambia la luce col buio? I timidi, gli emarginati e gli ubriachi. I pazzi. Gli invisibili. E allora, per carità di quel Dio che gioca a nascondersi! Che non si sappia. Che io qui non sono né timida né emarginata. Forse solo un po’ ubriaca, ma solo certe volte. Pure pazza. Certe volte e basta.

Buon pomeriggio, mi chiamo Valentina.
Sono una martire del Pensiero, il pensiero preceduto da un articolo “il” gigantesco e la “P” santificata da una Laurea in Filosofia, che oggi non significa niente, proprio niente. Sono una “vecchio ordinamento”, una che ha studiato con calma, senza fretta, coi libri cartacei e tanti sensi di colpa per il Signor Tempo-che-fugge via, in altri termini il Creatore di quei vermetti insolenti ma ben schiacciati dai whiskey (meglio se irlandese), dalla passione per i libri, dagli amici e dalle patatine.

Sono una che ha studiato coi programmi che prevedevano le tesine per moltissimi esami. La prima l’ho buttata giù sulla macchina da scrivere, e, per questo, Dio – sempre il bambino coi calzini azzurri e la faccia sudata che ride, canta e si nasconde – sia ringraziato. Ho scritto moltissimo, sui quaderni neri, uguali ai vestiti che indossavo, e che indosso tuttora.
Agli esami, ho fallito di voce tremante. Qualche volta. Qualche volta, invece, ho bruciato gli occhi, sperduti, di chi era costretto ad ascoltarmi. Roba di monologhi brucianti. Di libri, di vita. Di letteratura, visioni, paesaggi concettuali, che per me significavano tutto. Di vita, perché là dentro, nei libri, non ho mai sfiorato nulla che poi non incontrassi per strada. Non capivo nulla ma era tutto perfetto. La mia vita somigliava a me.
Fuori dalla facoltà mi sono innamorata, tante volte. Fuori, poi, alla fine, mi sono innamorata una volta sola, e per sempre: del Teatro. Perché vivere l’Università è una porta aperta sul mondo. Il mondo entra e tu lo devi prendere, farti suonare. Che festa. Che grande banchetto.

E nonostante tutti i sensi di colpa, i pianti e le passeggiate isteriche, nonostante la brama, i fallimenti e le incomprensioni, sei piena di speranze. Perché sei giovane, è tutto nuovo. Sei vivace, tutto si muove. Ce la farai. Sì. Non c’è alcun dubbio.

Oggi sono una coi chiodi e la penna al posto delle dita. Scrivo perché scrivere è ciò che non buca di traverso le cose, e se, qualche volta, mi guardano con severità (le parole) e mi costringono a spostarmi più in là, ingoio l’urlo come un buon consiglio. Del resto, è la deviazione più sincera che la vita è capace di donarmi, tra un buco, una menomazione, un sorriso e un altro buco. Allora la deviazione la prendo. Anche se è tutto sbagliato.
Scrivo perché scrivere riempie di senso, libera dalle indignazioni, dalle sconfitte che mi abitano in questo Tempo che conosciamo tutti, in questo spazio, l’Italia, dove la cultura e la creatività vanno a braccetto con la mancata retribuzione, e mi fanno sentire in colpa per il percorso compiuto. Già.
Già.
Passione, è necessaria la passione, dicono. Venga per un colloquio, mi dicono. Non è prevista retribuzione, scrivono. Sono una che ha trentasei anni senza tacchi e le scarpe basse nella melma, ma i sogni alti, belli. Ancora. Sì. Sono una che ha trentasei anni come oggi ce ne sono tante, tanti: disoccupata. Sono una che ha trentasei anni ed è stanca, e senza speranza, come ce ne sono a bizzeffe, ma che si alza, sorride, parla. O tace e grida. Urla e poi si piega. Parte, scrive, non scrive. Parla. Fa la buffona, ride e chi-se-ne-frega. Ma poi dentro, tra le fitte, e le fitte, non è vero niente. Se ne sta in una piazza sola, seduta e in silenzio. Occhi gonfi e Zitta.

Un fazzoletto lasciato solo.

Sono una che ha trentasei anni ed è tornata a vivere coi genitori, ma che cerca una soluzione, una qualunque. Ovunque. “Comunque” va anche bene. Obiettivo: la dignità di “Persona”.
Ed è un arrovellamento che mi, che “ci” accompagna per strada, in tabaccheria, al supermercato, al bar, quando invece di due bicchieri scegliamo di prenderne solo uno; a casa, perché stasera è meglio non uscire, così non spendo.

Mi chiamo Valentina, e un’altra Valentina come me è accanto a me, accanto a te, perfino dentro l’armadio. Ci nascondiamo bene, ma ci siamo. Viviamo qui. Qui.
Parlate di noi.
Di noi, che subiamo la schizofrenia passione/lavoro. Di noi, che la nostra Laurea non vuol dire nulla: anni di sacrifici scambiati per cabaret. Di noi che il campo umanistico vuol dire qualche ora di svago dopo un lavoro che non è il nostro, sempre se riusciamo a trovarcene uno. Di noi che siamo quelli a cui “Alla fine devi scegliere la priorità” – la priorità, le priorità, priorità, Priorità. Di noi che siamo quelli della Priorità. Di noi che la “priorità” vuol dire andare a cercare un lavoro che non è il nostro e che comunque abbiamo difficoltà a trovare perché, ci dicono mentre ridono, non è il nostro: giochiamo alla commessa. Mi piace, lo voglio fare, guardatemi, prendetemi. Sono socievole, pieghevole, flessibile; faccio il tè, faccio il caffè, sto alla cassa, faccio tutto, io; non sono severa, non sono impertinente, non faccio la fetente; parlo con tutti, sono gentile, sorridente, sono attenta e bado a tutto come un serio tenente.  
Niente. Non mi hanno creduta. Non mi hanno presa. Sei una bugiarda. Hai la laurea.
Che gioco ‘sto gioco. Passi o rilanci? Giochi o non giochi? Sì ma come si gioca? Tu gioca. Ma se non so giocare! Tu provaci. Io ci provo, ho giocato. Ho perso. Domani riprovo.
Che gioco ‘sto gioco. Passi o rilanci?
Non lo so.
Di noi che siamo lividi. Siamo pallidi. Siamo allucinati, stremati, addormentati, sedati, dannati.

Perdonate questa lettera che scrivo senza rileggere. Sono una dissidente costante, una ribelle a questa calma putrida che mi sveglia ogni mattina e mi dice che “ciao, sono Valentina. Una che non ce l’ha fatta.
Per favore, non dimenticateci. Parlate di noi.
Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.Parlate di noi.

Buon lavoro.
AstrOReporter: Valentina Chiefa
AstrODisegno: Valentina Chiefa
– Lettera di un Lavoratore-mai-nato
[La Lettera è la mia. Come pure la Storia. Ciò che avete letto sino a qui – omesse alcune parti – è una Lettera che ho inviato in Dicembre 2014 ad una trasmissione televisiva che fa Inchiesta. Non mi hanno mai risposto. La pubblico qui perché so che molti di Voi sono o sono stati in questa situazione]

Storia Acquatica n° 2
AstrOProtagonista: Valentina
Credente. Non nel Dio-bicicletta però.
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5 pensieri su “Valentina. AstrOVerità di una Lettera invisibile

  1. perdonami ma in questo momento sono contento che tu ti sia sentita esattamente così. è una sensazione precisa che io ho provato e provo varie volte. mi hai ispirato. grazie.

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  2. Questo post è bellissimo, sei veramente brava Valentina…
    Capisco benissimo la tua situazione, tra l’altro mi sono innamorato anche io tante volte fuori da quella stessa facoltà.
    Posso dirti soltanto di essere forte, come lo ripeto a me stesso e a chi mi sta accanto.
    Non perdere mai i tuoi sogni e soprattutto non smettere di scrivere…
    Ciao

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