Lina. O del mare

Per la rubrica dei Reportage narrativi sulla vita interiore dei Lavoratori, AstrOccupati scrive la Storia di Lina, collaboratrice domestica. Il pudore, le case, il tanfo. Le promesse, e il mare dentro


Il tanfo. Chiude l’olfatto in un budello angusto, così come le tende pesanti e la luce, accatastata negli angoli, stagnano la vista assieme a certi corridoi, infelici, lunghi tre bruchi. Ai lati, finestre grandi, capovolte come misteri. E un finto portico, a capo del salone, che annuncia una finta terrazza, piena di finte piante rampicanti, libri, sedie in vimini. Chissà se i libri sono veri.

La prima volta, il tanfo, soprattutto. Capita spesso. Ma poi non ha importanza. Poi a convincerti ci pensano il pudore e una certa fame sete, sogno e promesse, di quelle che non hai fatto a te. E allora lo devi fare. E allora, quello che va fatto, ti convinci e lo fai.

Il mio primo lavoro fu questa, che più che “casa” somigliava ad un’accozzaglia di antichità laboriose, troppo. Certi quadri dai disegni sconcertanti, lividi. Uno mi fa quasi precipitare giù dalla scala, e non per il brillio barocco della cornice in cui era avvolto, ma per il mare. Scomposto e delirante. Cupo.

Il fatto è che dentro, dentro il mare dico, non c’era nessuno, nemmeno una barca. Un faro in lontananza? Un’isola? Una spiaggia? Niente. No. Solo il mare. A sforzarsi si poteva, forse, intravedere un cielo. Forse. Incastrato nel mare, confuso. Non ricordo bene, ma, tanto, a che vale? Se c’è, il cielo, è increspato. E a che vale un cielo così? Finto cielo, dentro una finta terrazza, allestita per una finta, allegra estate.

Sono convinta comunque, che un quadro così non c’entri proprio niente con una casa. Tanto m’ha fatto paura che la notte stessa me lo sogno, il mare. Per fortuna, là, bambini non ce ne sono. Me lo ha aveva detto “la Signora”, la proprietaria della casa, quella volta di due anni fa che mi è squillato il telefono, non conoscevo il numero, e ho risposto: «Non si preoccupi – mi fa –. Non ci sono bambini qui. Nessuno le procurerà fastidi». Il tono imperioso ma laconico; forte ma impreciso. Allora, se bambini non ce ne sono, mi sono detta davanti al quadro il giorno dell’appuntamento, un mare così ci può stare. Che importa se poi sono gli adulti ad avere paura.

Sotto il quadro, certe cornici di argento pesante con dentro fotografie. No. Con dentro immaginette dei Santi. Quando me ne accorgo lo straccio si blocca assieme alla mano, assieme alla polvere. Bambini non ce ne sono, mi ripeto. Forse è per questo, mi convinco inquieta. Tante, tantissime cornici. Tutte strette, gomito a gomito, impettite a guardarti sopra una cassettiera di legno antico, di quelle che ormai non se ne vedono più. Forse la Signora si rincuora così, mi dico. Con le figurine. Non lo so. E intanto riprendono, gesto e panno. Penso a casa mia. A casa mia, pure. Bambini non ce ne sono. Allora forse la mia casa è uguale a questa qua della Signora, anche se cornici con dentro i Santi non ne ho. Io mi guardo le foto di quando c’avevo vent’anni.

Casa mia. Una giostra per vecchi anche se siamo ancora giovani, e una finta stagione, certe volte. Un marchingegno arrugginito dove giriamo, giriamo, e siamo impegnate a girare, su di noi. Io e Maria. Automi. Tra una telefonata e l’altra, una bolletta e l’altra, una speranza e l’altra, e una casa e l’altra da pulire.

Ci svegliamo perché dobbiamo svegliarci e beviamo litri di caffè perché così bisogna fare. Camminiamo nello stesso modo feroce e abbiamo lo stesso rapporto brutale con l’acqua. La lanciamo ovunque, dovunque, comunque. Stesse strettoie per le gambe, stessi muscoli alle braccia, stesse scale, secchi e detersivi. Stessi, lucidi comandi senza occhi: “Bada là!”, “Pulisci là”, “Stira qua”. “Oggi fai tutti i cassetti della cucina. Mi raccomando, sopra eh!”. “Domani i bagni. Tutti e due. Però mi fai anche tutti i mobili della cantina. Che ti pago bene io, eh!”.

Ci commuove lo stesso buongiorno, lo stesso, inaspettato, sorriso. La stessa gentilezza e il caffè preparato per noi, tutte sudate, concentrate come archeologhe, con i pennelli da pittura infilati nei buchi delle tapparelle. Perché così si fa. Così vengono perfette. Perché come le puliamo noi, non le pulisce nessuno.

Siamo le guerriere della settimana, ma anche del sabato mattina. Siamo le Indiana Jones dei vostri tesori, perduti dietro quel mobile che non spostavate da anni. Che certe volte poi, ci accusate pure di essere state noi. A rubare i tesori, dico. È successo ad un’amica mia, a me no. Pure lei faceva la donna delle pulizie, da anni, e come me mai nessun problema. Adesso se n’è andata dal paese, si chiama Angela. Troppa vergogna. Anche se tutti sapevano che non era stata lei. Pure la Signora sua lo sapeva. Che la collana se la mette ancora al collo e ride. Storie di gelosia. Era bella, questo è. Era troppo bella.

Siamo le psicoterapeute delle vostre mogli, perse dentro qualche grappa di troppo, ore 16 e 17, che noi puntualmente fingiamo di non vedere mentre sono in compagnia di un libro, sempre lo stesso da settimane. Perché passando davanti allo studio dov’è seduta, lei se ne sta con gli occhi spalancati a guardare nel vuoto. Vuoto di pelle selvaggia, o di ricordi. E il libro nel frattempo io l’ho comperato e l’ho già finito. Siamo le psicoterapeute dei vostri compagni, ci chiedono consigli, opinioni sui regali. Oppure piangono davanti a noi, che siamo costrette ad ascoltarli coi guanti di plastica addosso, e non possiamo dire niente. Perché se hanno perso il lavoro da poco e dentro casa non ci sanno stare, non ci sanno stare. Non siamo tutte uguali, ma ci somigliamo un po’ tutte. Io e Maria di sicuro. Maria, l’amica mia, donna delle pulizie come me.

Una volta a casa, abbiamo le stesse ossessioni. Li vediamo dappertutto, quegli strani insetti venuti su dal cassetto che abbiamo deciso di svuotare perché siamo pignole. Le ascoltiamo dappertutto certe voci, ruvide, rossetto altero, mentre ci lanciano ordini in tono brusco, ed una delle loro madri, sorprese dalla nostra presenza, finge di abbassare la voce mentre, rivolgendosi alla figlia, fa: «Non sapevo aveste bisogno di una serva». Siamo brave. Io e Maria, l’amica con cui condivido la casa perché troppe spese, da sola non ce la faccio. Poi le altre non lo so. Noi seguiamo certe regole: discrezione, serietà. Sordità. Mutismo.

Una volta fuori, parliamo con i commessi dei supermercati, i fruttivendoli, i gestori delle tabaccherie dove le sigarette sono la nostra crema antistress. Ci regalano sorrisi, tutti quanti. Sanno chi siamo. E noi li ricambiamo, scherziamo come buoni e vecchi vicini, con tutti. Siamo allegre. Ma si sa, che tutta quest’allegria è un teatrino, una buffonata per stare su. Perché dentro, abbiamo ancora la vetrinetta che pulivamo nel salotto della signora a cui ieri abbiamo mentito dicendo che non avevamo il diploma, e che avevamo un abito simile al suo, quello nero che vi ho stirato oggi pomeriggio, Signora. Perché dentro abbiamo ancora gli occhi del Signor Palmisano, che la settimana scorsa gli è morta la mamma – Marta, per anni ha vissuto lì con loro – e sua moglie sembra felice. Ce l’ha pure detto, ma noi non possiamo dire niente. Sorde e mute. Perché dentro, abbiamo ancora il bacio di Samantha, la figlia della Signora Giuliana, che ci chiama “Tatta” e ci vuole bene. Il pomeriggio le prepariamo la cioccolata o l’orzo con le fette di pane al burro, e mentre ingoia dice “mamma”.

Certe volte ci vorrebbe una spugna. Una di quelle belle spugne che usiamo per le vasche grigie e ostili. E pulire, pulire bene. Tirare via i frammenti dei bicchieri rotti che non sono nostri, ma ce li portiamo lo stesso a casa. Aspirare via i frammenti rotti che nessuno ci vede addosso. Manco i Santi, Signò’.

AstrOReporter: Valentina Chiefa

Storia Acquatica n°1
AstrOProtagonista: Lina
Quarantaquattro anni.
Diplomata al Liceo Scientifico.
Donna delle pulizie, Collaboratrice domestica.
Credente quanto basta.
Odia le espressioni “Colf” o “rassegnazione”. Se dite “Filippina” o “sono stanca”, le si muove il mento di rabbia.
Ama il gelato. Crema e pistacchio. La panna no. Ma solo perché col pistacchio non ci sta. Non ci sta proprio per niente.


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